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Friendfeed, Adamo Lanna e il suo Giocone: ovvero una piccola meraviglia in rete

Vorrei raccontare questa piccola storia per due ragioni: la prima è per dare una smentita a chi pensa che internet sia il male, che venga usato per lo più per commettere illeciti e che ci ruba l’anima; la seconda è per ringraziare Adamo Lanna, che con il suo GioconeFF sta allietando l’estate a molti utenti di Friendfeed. Mi piaceva porre l’accento sul fatto che nonostante tutto c’è ancora qualcuno che riesce a trovare il tempo per gli altri senza pretendere alcun tornaconto, che è veramente possibile fare qualcosa per niente.

Di questo social network ho avuto occasione di parlare altre volte: la sua peculiare caratteristica è quella di aver creato una dimensione sociale e di relazione tra utenti al di là della condivisione dei contenuti. Discussioni quindi, conversazioni su più livelli, non solo strettamente tecniche o impegnate – anzi – ma anche di puro cazzeggio e di divertimento intelligente.

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Immagine di Adamo Lanna

In questa ultima categoria rientra il GioconeFF che Adamo ha ideato e regalato ai suoi “friends”. Certo Adamo è un esperto di giochi e passatempi, ha un suo blog molto popolare sull’argomento, ma soprattutto è una persona generosa, dotata di passione e pazienza,  si vede che si diverte facendo divertire gli altri nonostante il tempo e l’impegno dedicati a concepire nuovi giochi, seguire di persona tutti i giocatori e sistemare via via il regolamento.

Non bisogna fare l’errore di pensare, comunque, che questo sia come uno dei tanti (non tutti, per fortuna)  che si trovano su Facebook: no, il Giocone richiede una combinazione di abilità, logica, pazienza, memoria e fortuna (e un po’ di tempo da spendere). Si va dall’enigmistica classica, al colpo d’occhio, ai giochi di carte e chissà cos’altro inventerà di nuovo Adamo per i prossimi livelli. Ho detto che il tutto non costa assolutamente nulla? Basta essere avere un account su Friendfeed per poter partecipare e mettersi alla prova.

Un piccolo consiglio: una volta iscritti al suo feed, non si può non seguirlo nelle sue Cronache di Parmia, dove si incontrano personaggi reali di piccole storie di pura poesia, e leggerlo nell’altro suo blog personale, A come Adamo.

Grazie Adamo.

Post scriptum: per chi non lo avesse notato, sul blog A come Adamo, in alto a destra, c’è il pulsante per poter effettuare delle donazioni. Ecco, magari un pensiero in questo senso non sarebbe male: l’impegno e la qualità dei contenuti andrebbero sempre ricompensati.

Paese Italia

L’Italia è un grande paese. O meglio: l’Italia è un paesone, una piccola città di provincia che si estende da Bolzano a Pantelleria.
Me ne accorgo spesso per gli aspetti più deleteri ma, anche, per i lati positivi della cosa. Ho visto negli ultimi giorni questo paesone mettersi in moto: il pettegolezzo è diventato tam tam, l’inerzia (a volte vera e propria indolenza) trasformarsi in attività virtuosa.

Lo shock  per il terremoto è stato comune, così come il sentimento di cordoglio e la solidarietà verso quelli che hanno perso tutto, è sempre così, purtroppo per noi è diventata prassi consolidata. In questa ultima settimana siamo diventati un po’ tutti abruzzesi, un po’ tutti ci siamo sentiti soli e impauriti;  e proprio perché l’Italia intera è un piccola provincia, tutti ci conosciamo un po’ tra noi, tutti abbiamo parenti, amici e amici di amici che vivono lì, o che sono stati indirettamente coinvolti dal sisma.

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Immagine di Alice Mastroianni


Così è successo che lo scorso lunedì mattina all’alba ho mandato un sms a un amico per sentire come se la fossero cavata i suoi genitori, per scoprire poi che l’amico in questione era fuori Italia e non sapeva nulla di quanto fosse successo durante la notte. Chiamarlo e raccontargli delle macerie che vedevo in tv e dei morti non è stato facile, così come non è stato facile vedere una collega abruzzese  in lacrime che proprio sul posto di lavoro ha saputo del terremoto.

La televisione ci ha uniti, più di cinquant’anni fa, nella partecipazione. Nei miei ricordi di bambina non potranno più essere cancellate le immagini del terremoto in Friuli prima e in Irpinia dopo. E da adulta, quello dell’Umbria e Marche  e lo strazio delle madri di San Giuliano.
Questo terremoto però, questo in Abruzzo, è stato ancora più vicino perché tanti, anche molto lontani, lo hanno vissuto in diretta.

I social network hanno cancellato i proverbiali sei gradi di separazione.
I messaggi che sono partiti in contemporanea proprio durante le scosse su Twitter o FriendFeed sono lì e ci hanno avvicinati tutti insieme. Gli amici che hanno perso la casa sono quelli con i quali parliamo ogni giorno, che conosciamo, anche se non di persona. Molti cercano conoscenti dei quali non sanno più nulla da giorni.
Io insieme ad altri sto cercando Rosaria, Fabrizio invece l’ho letto su Facebook lunedì scorso alle 8.43: “Io e miei familiari bene, stiamo in giardino e non sappiamo cosa fare” e, sempre tramite Facebook ha fatto sapere ieri che è sfollato sulla costa, assieme alla famiglia.
Tramite i social network si è diffusa la notizia, prima ancora che i media tradizionali potessero collegarsi a L’Aquila. E anche le informazioni sugli aiuti viaggiano in rete, da  schermo a schermo in tempo reale, così come quelle sulle condizioni della popolazione coinvolta.

Proprio come si usa nei paesi di provincia: tutti si fanno i fatti altrui, ficcando il naso, e anche se questo non è sempre piacevole, quando a qualcuno della comunità capita un guaio grosso, tutti lo vengono a sapere e tutti in qualche modo condividono e partecipano.

Conversazioni come opportunità: Mona Nomura

Questa mattina poteva cominciare con un altro dei miei risvegli domenicali nella rete dei miei social media: occhiata veloce a posta, velocissima a Twitter, lettura dell’ultima pagina di Friendfeed, novità su Facebook, discussioni su aNobii, eccetera.
Invece, mentre la socialmediasfera italiana dormiva ancora, proprio su Friendfeed sono andata a sbattere contro una bella notizia che non solo mi ha fatto immenso piacere, ma mi ha fatto venir voglia di scrivere un post all’alba, praticamente: Mona Nomura, una delle mie “friends” d’oltre oceano, è stata assunta come blogger professionista per un nuovo progetto di Sean Percival, uno sviluppatore internet di Los Angeles, grazie ai suoi scoppiettanti post su Friendfeed.

Non c’è bisogno che dica quanto sia contenta per lei, di sicuro avrà una lettrice pure da questo lato del globo.
Ecco a cosa servono (anche) i social media: non è tutto cazzeggio quello che non luccica. Dal cazzeggio il talento emerge comunque e può anche succedere che qualcuno lo noti. E Mona è un grande talento: non solo perché posta feed simpatici, accattivanti, interessanti, ma soprattutto perché crea discussioni brillanti. Senza dubbio è la regina di FriendFeed, come scritto da  Mark Dykeman (un altro di quelli che seguo) in questo articolo dedicato a lei, e condivido il comune sentire di chi la conosce e legge: Mona è intelligente, creativa, ha uno stile personale e inconfondibile; ha un fiuto fuori dal comune per scoprire tendenze e contenuti nella jungla di internet e di crearli quando non li trova. In più, interagisce, dialoga, partecipa, non si limita mai a proporre e basta.

Bello no? Ecco come le conversazioni possono trasformarsi in – vere -  opportunità in rete.
Già, negli Stati Uniti. E in Italia?
Sarebbe mai stato possibile per Mona, fosse stata italiana, far emergere il suo talento? Non mi riferisco solo al fatto di essere notata nel posto giusto dalla persona giusta (quante “persone giuste” frequentano attivamente Friendfeed qui da noi?), ma come sarebbero stati accolti in prima battuta i post all’apparenza sconclusionati di Mona? Che reazioni avrebbero suscitato le sue foto sul bacon, sui robot Lego di guerre Stellari, le sue esternazioni al limite del surreale?

Perché non è il caso di lasciarsi trarre in inganno: Mona non è solamente una mente ipercreativa ed iperattiva in rete. E’ un’esperta di tecnologia e di internet all’ennesima potenza, ma ha deciso semplicemente di condividere il lato più piccante e meno serio dell’essere geek, come da lei stessa sottolineato. Che tipo di valore avrebbe avuto questo nel panorama di internet in Italia?

Da parte mia sono contenta due volte: per il successo di una giovane donna fuori da ogni schema solito e per il fatto che Mona la seguo da sempre o quasi su Friendfeed. Fatelo anche voi se ci siete già, o createvi un account: Mona è solo l’ennesimo buon motivo per essere parte di questo social network.

Facciamo sempre la differenza

Qualche tempo fa, segnalato in uno dei molti social network che frequento, mi è capitato di leggere un articolo di Chris Brogan, nel quale, sostanzialmente, venivano poste solo un paio  di domande. La prima, che dava il titolo all’intero post era: vivete online coscientemente?

Scriveva Chris: “Oggi sto pensando ai vari modi in cui passo il mio tempo sul web, chiedendomi quanto si allineino con i miei affari e i miei interessi sociali e quanto di quello che faccio sia solo un’abitudine o faccia parte di un piano. Sto considerando quanto il mio contributo sulle varie piattaforme sociali sia d’importanza e pensando ai vari modi in cui potrei fare del buon lavoro per gli altri”.(*)

La seconda  domanda, quella che veramente mi ha colpito e che mi ha fatto venir voglia di dare una risposta era: voi fate la differenza? 

Naturalmente Chris Brogan stava pensando a un uso più commerciale e professionale di quanto possa fare io della rete quando parlava di buon lavoro per gli altri, ma la domanda è comunque interessante.
Per quanto mi riguarda, l’attenzione che dedico al web è soprattutto rivolta al lato umano. Certo, la uso per lavoro, per imparare, mi aiuta a risolvere problemi di ordine pratico, è comunque una finestra sul mondo di formidabile importanza e potenza, mi ci diverto pure parecchio, ma quello che secondo me è fondamentale è che la rete è fatta di persone e di “anime” prima ancora che di “tecnologia”.
Sono gli essere umani quelli che m’interessano e incuriosiscono di più. La gente mi piace; mi piace parlare, condividere e confrontarmi. Soprattutto condividere.
In questa ottica, la mia presenza in rete fa dunque la differenza?

Assolutamente sì, come la presenza di chiunque altro usi la rete in maniera attiva avendo in mente che dietro ogni monitor ci sono delle persone reali che pigiano sui tasti. In fondo è la ragione principale per la quale sono una grande fan del web 2.0: ritengo che in questo ambito tutti possano dare un contributo e costruire la rete. Chi sceglie di condividere con altri quello che sa o che sa fare, sia la torta di mele della nonna o le foto delle vacanze, o quello che pensa, fa la differenza, perché in definitiva sceglie di mettersi a disposizione del prossimo. Si esce dalla sfera individuale ed egoistica per entrare nella dimensione della comunità e dell’interazione tra i suoi membri.
In seconda analisi, porsi la domanda sulla differenza che possiamo fare o meno sul web, anche solo nel caso di un uso puramente commerciale, credo non abbia molto senso. Così come nel mondo della comunicazione, è impossibile non comunicare – lo facciamo semplicemente solo esistendo – è quasi impossibile in rete non interagire del tutto e, di conseguenza, impossibile non fare la differenza,  anche  se minima.

Probabilmente è questo il motivo che mi spinge a trscorrere tanto tempo online leggendo quanto gli altri hanno da dire, cercando io stessa di dire la mia, prendendo parte a discussioni su varie piattaforme, o solo inviando una mail d’istinto quando sento che dall’altra parte c’è qualcuno che non può essere lasciato solo proprio in quel momento. La cosa più bella è che tanto si dà e tanto di più si riceve indietro. 
Molti hanno fatto la differenza nella mia vita; amicizie belle e importanti, nuovi stimoli, idee e progetti, conoscenza e conoscenze, letture e viaggi.

In  fin dei conti, tanto per rispondere idealmente a Chris Brogan, è così tanto importante capire se la rete la si usi coscientemente seguendo un piano strategico o come valvola di sfogo? Non è molto meglio esserci comunque?

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(*) La traduzione del post di Chris Brogan è mia, pertanto ogni errore ed omissione sono imputabili a me sola.

Il social networking letterario, aNobii e la coda lunga dei digital shelves

Una delle critiche che vengono mosse a internet è quella di voler attentare alla parola trasmessa nella vecchia maniera, ossia su carta. In realtà, proprio la carta stampata ha potuto trovare nella rete un porto sicuro, al di là di ogni oscura previsione di libri soppiantati da dispositivi elettronici e supporti digitali portatili. La carta stampata nello spazio digitale ha travalicato il suo stato fisico e gli scaffali di volumi allineati contro le pareti o ammucchiati in colonne traballanti si sono trasformati in oggetti virtuali da catalogare, condividere e discutere, tanto da generare uno degli aspetti più interessanti, freschi e nuovi nel panorama del web 2.0 in Italia.

In un tempo relativamente breve sono nate vere e proprie comunità di lettori e bibliofili, dove ci si ritrova non solo per fini di mera catalogazione, ma anche per condividere “l’esperienza” della lettura. Due di questi non-luoghi, probabilmente i più conosciuti, sono aNobii e LibraryThing. Il primo tra i due merita una più attenta osservazione perché peculiare per almeno una ragione: è la comunità di booksharing più frequentata – in termini di utenti registrati – d’Italia. Ha quasi del miracoloso che una comunità con sede a Hong Kong, senza alcuna connessione con il nostro Paese, abbia raggiunto in meno di due anni dal suo lancio online la quota di più di 100.000 iscritti, dei quali più del 40% proprio entro i nostri confini.

L’altra comunità, LibraryThing, rimane cosa americana. Nella sua enormità, la presenza di utenti italiani è irrilevante (circa 1.300). All’interno della stessa aNobii ci si è interrogati più volte sulle ragioni di questa disparità, nel tentativo di comprendere, soprattutto, il motivo di questa speciale interconnessione tra Cina e Italia e in che cosa differiscano i due ambienti.

Il dibattito attorno a cosa rappresenti aNobii nella realtà culturale italiana è molto vivace e appassionato. In una discussione all’interno di un suo gruppo, diversi interventi hanno messo in luce come effettivamente si possano distinguere due modi di concepirne la valenza in quell’ambito. Non bisogna dimenticare che aNobii, in quanto spazio virtuale aperto e accessibile (il fatto che al contrario di LibraryThing sia completamente gratuita è di una certa rilevanza) e facilmente fruibile da chiunque abbia una connessione internet adsl, accoglie tra i suoi utenti affezionati non solo lettori “puri”, ma anche lettori-scrittori, lettori-editori, lettori-giornalisti, lettori-blogger. C’è una tendenza, in alcuni di questi utenti multiruolo, a considerare questo genere di comunità in maniera ambivalente, una sorta di dicotomia che nella rete si esprime in termini di chiari e scuri, potenzialità ancora inespresse e minaccia reale alla qualità del “prodotto libro”.

Ma in definitiva: perché aNobii, a differenza di LibraryThing, piace così tanto in Italia?

Marco Benini, un utente esperto di cose di rete scrive: “LibraryThing è superiore ad aNobii come oggetto tecnologico: è più stabile, offre un numero maggiore di funzionalità, ha un database più ricco. Quindi LibraryThing è migliore di aNobii? Secondo me, no, anzi…
Il fatto che differenzia aNobii da LibraryThing non è l’aspetto tecnico (in cui LibraryThing prevale), ma la filosofia: LibraryThing è un prodotto informatico, progettato e realizzato abbastanza bene, ma orientato a fornire un servizio specifico e delimitato; aNobii è concepito come un servizio orientato alla comunità, in cui l’aspetto sociale è primario, anche rispetto alla tecnologia.
Prova di questa impostazione è la relazione che esiste tra gli utenti di aNobii e gli sviluppatori: spesso, andiamo a scrivere al team per chiedere modifiche o segnalare problemi. Puntualmente, il team risponde, spesso seguendo le nostre indicazioni: la stessa cosa NON accade in LibraryThing, proprio perchè i suoi utenti sono ‘clienti’ mentre quelli di aNobii sono membri della comunità.
Girando la cosa in altro modo, aNobii è un sistema in evoluzione, guidato dalle esigenze della comunità che è riuscito a costruire attorno, mentre LibraryThing è un prodotto chiuso, progettato a tavolino e ben realizzato, ma in cui gli utenti non hanno voce per lo sviluppo. Se vogliamo, LibraryThing è un prodotto Web2.0 solo come tecnologia, mentre aNobii è Web2.0 prima di tutto come filosofia, rendendo più labile la barriera tra utente e sviluppatore”.

In realtà, questo aspetto umano dell’interazione tra sviluppatori e utenti finali è uno dei maggiori punti di forza di aNobii, come riconosciuto anche dagli utenti di LibraryThing attraverso i numerosi interventi nei suoi gruppi di discussione. Al di là della facilità di dialogo con chi ha creato e gestisce la comunità nei suoi aspetti più tecnici, aNobii ha un forte potere aggregativo e socializzante. Sebbene ci si iscriva per fini prettamente utilitaristici – la catalogazione e il conteggio dei volumi, solo per citare quello principale – immediatamente dopo si viene coinvolti nell’attività di scambio. Questa è il reale valore aggiunto e per molti versi il cuore pulsante di aNobii.

Scambio reale di libri, di gusti letterari, impressioni, idee, recensioni, commenti, informazioni di ogni genere che supera il concetto di biblioteca o libreria digitale per diventare piazza virtuale, con ramificazioni nel cinema, nell’arte figurativa, teatro, musica, mondo dell’editoria indipendente, tanto da lasciare intravedere, secondo alcuni, una vera e propria funzione educativa di aNobii per la diffusione della lettura e dei libri. Salvatore Spoto, un altro utente, afferma: “Saranno loro [gli utenti di aNobii] a decretare, con i loro giudizi, l’impegno e l’oculatezza delle scelte, il successo o l’insuccesso dell’iniziativa. Di certo c’è che l’orizzonte comincia a brulicare di iniziative molto simili (l’eco comincia ad arrivare nelle redazioni dei grandi giornali) che stanno nascendo con la speranza di rosicchiare aderenti e alcuni istituti universitari cominciano a valutare il fenomeno sotto il profilo dei riflessi sul mercato editoriale e sulla società”.

Di contro, altri come Fabio Montale, si accontentano di considerarlo uno strumento della rete, che si usa per “tenerci i libri” e senza una funzione particolare, tanto meno quella di educare e promuovere la diffusione della lettura. Ruggero, invece, pone l’accento proprio sull’aspetto sociale, “molto web 2.0”: “Posso parlare di libri con altre persone che condividono questa passione. Con gusti diversi dai miei, e che quindi mi permettono di ampliare i miei orizzonti più di quello che potrei fare in una biblioteca pubblica (che comunque è frequentata da un gruppo più piccolo di persone). Dopodiché, anche io penso che non abbia funzione specifica di educazione o altro”

In aNobii la lettura genera lettura. Il fatto di poter interagire anche con utenti dai gusti letterari distantissimi dai nostri e senza una particolare compatibilità in questo senso, porta tuttavia a un arricchimento per contaminazione. Il passaparola virtuale, su un titolo ad esempio, in positivo o in negativo, può generare dei casi letterari di cui “si parla”.

Il social networking tra lettori ha raggiunto dimensioni tali nel web 2.0 da aver suscitato un certo interesse anche in campo accademico. Anatole Pierre Fuksas, ricercatore presso il Dipartimento di Linguista e Letterature Comparate dell’Università degli Studi di Cassino, sta conducendo una ricerca proprio sulla coda lunga degli scaffali digitali (aNobii e LibraryThing), concentrandosi soprattutto sui generi letterari presenti negli scaffali degli utenti, anche in relazione alle varie lingue/nazionalità dei libri caricati. Scrive Fuksas nel suo articolo The Long Tail of Digital Shelves: “I canoni letterari che emergono dagli scaffali digitali possono essere indirizzati in sistemi riconducibili alla coda lunga sia perché basati su scaffali contenenti pochi libri molto popolari e numerosi altri estremamente specifici e non comuni, sia rispetto al processo di bottom-up da cui emergono. (…) Se il social network letterario continuerà a crescere, i canoni futuri difficilmente dipenderanno solo da strategie culturali pianificate da critici, intellettuali, accademici appartenenti a istituzioni prestigiose, così come da quelle finalizzare al marketing al servizio di editori, agenti, redattori, autori o giornalisti”.

In altre parole, come sostenuto da Marco Benini: “aNobii è solo una comunità di appassionati di libri; forse, un giorno, se diverrà abbastanza grande e influente, potrà cambiare il mercato editoriale. Se ciò accadrà sarà per caso e questo è l’unico modo in cui possa davvero influire positivamente”.

E’ certo che le potenzialità di un social network come aNobii sono enormi in questo senso, non solo se si pensasse a una reale implementazione con altre utilità del web 2.0, quali il lifestreaming e il microblogging (è possibile al momento collegare il proprio scaffale digitale a spazi di socialnetworking come Facebook e a piattaforme blog). Questo, di fatto, produrrebbe uno scambio continuo di informazioni sui libri letti quali commenti, recensioni, rating, interventi nei gruppi di discussione, raggiungendo un numero impensabile di utenti della rete, anche quelli non direttamente interessati dai libri e dalla lettura, ma soprattutto si aprirebbe ad altri scenari prossimi venturi:  locative media web semantico.

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Ringrazio sentitamente i miei amici aNobiiani che mi hanno concesso di usare i loro interventi per la stesura di questo post.
Ringrazio inoltre, in modo speciale, Anatole Pierre Fuksas che non solo mi ha consentito l’uso del suo articolo (spero non si sia trasformato in abuso: la traduzione dei brani riportati in questo scritto è mia; ciò significa che ogni errore od omissione sono imputabili a me sola), ma che mi ha anche introdotta al mondo dei locative media e alla cucina giapponese, che io avevo sempre, parecchio snobisticamente, trascurato.

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