- 21 gennaio 2011
- Attualità, Le mie riflessioni, Politica, Società
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In questi ultimi giorni non posso fare a meno di pensare a certe pellicole italiane degli anni ‘50/’60. Avete presente, ad esempio, Il boom di Vittorio De Sica? I protagonisti di quel film, stringi stringi, erano da un lato i wannabe, piccoli imprenditori arraffoni di scarsi mezzi e con grandi sogni, e dall’altro i parvenu, gli arricchiti del dopoguerra, palazzinari riusciti. Figurine patetiche e piccine, di un’Italia altrettanto patetica e piccina, che a fatica cercava di tenere il passo con il mito della modernità.
Al di là delle ovvie differenze, non siamo molto diversi da quelli di allora, tra parvenu lei-non-sa-chi-sono-io e piccoli wannabe ignoranti e volgarotti, se non nelle dimensioni accresciute e amplificate in proporzione del fenomeno, compreso l’ego di certi politicanti, gran capo in testa.
Italia paese immaturo, di fatto fermo a quegli anni. Dalla ripresa del primo dopoguerra, al boom economico – ingenuo e fugace -, a dispetto della globalizzazione, dell’Europa, di internet e di un mondo di fatto piccolissimo, l’Italia è rimasto un paesone di provincia tutto chiuso e avvolto su stesso. Governato da nani e sollazzato da ballerine.
L’Italia che vedo in quei film è la stessa che vivo oggi. Un buco di sessant’anni in cui poco è cambiato, con buona pace di quelli che rimpiangono i vecchi tempi. Lo smartphone è come la tv di allora: anche quella si comprava a rate facendo i debiti.
Anni ‘50 nel lavoro, anni ‘50 nella scuola. Divisioni sociali, chi può di qua, chi non può di là, destinato a una vita col cappello in mano. Pure gli immigrati sono ancora quelli, con la valigia di cartone legata con lo spago; stessa povertà da dopoguerra, stessi ladri di biciclette, diversa solo la lingua che parlano.
Nessun coraggio, nessuna apertura, nessuno sguardo all’infinito del futuro. Non si dice forse che i figli dovrebbero essere migliori e meritare una vita migliore di quella dei loro genitori?
I fatti descrivono una situazione diversa: bambini che si vorrebbero in tuta da meccanico, la metà delle donne senza una occupazione (che manco cercano, resta da capire perché), ignoranza generalizzata dove un italiano su due legge meno di un libro l’anno nel tempo libero e un quotidiano almeno una volta a settimana, e solo uno su cinque utilizza internet con gli stessi scopi.
E dire che poi alla fine degli anni ’60 e nei ‘70 c’era stato più di anelito a cercare di rendere le cose diverse. Un reale desiderio di cambiamento che davvero aveva portato le cose a cambiare. Non abbastanza, non del tutto, evidentemente.
Poi c’è quella storia delle rane. Si dice che se le rane le getti nell’acqua bollente, queste saltano via, ma se le metti nell’acqua fredda aumentando il calore poco a poco, queste rimarranno nell’acqua calda belle e beate, fino a finire bollite. Ecco, noi in Italia siamo come quelle rane che continuano a sguazzare felici fino a un secondo prima di venire lessate a puntino.
Non è una brutta condizione per molti, anzi, sembra sia quello che hanno sempre cercato. Qualcuno che li faccia nuotare nell’acqua calda, che preservi la loro illusione di sicurezza, di essere arrivati in cima, di felicità. Non importa come, non importa chi, Franza o Spagna purché se magna, insomma.
La realtà è che siamo un popolo di infelici idealisti. Tutti, nessuno escluso, siamo alla ricerca perenne della felicità. Ma la felicità, essendo espressione di un perfetto sentire, come la perfezione è irraggiungibile. Non esiste la felicità perpetua, possono esserci dei momenti molto felici nella vita di ognuno di noi, ma pensare che questi possono assurgere a condizione umana è una pia illusione. La frustrazione della ricerca, la consapevolezza che non raggiungeremo mai a toccare il sogno di felicità che abbiamo assunto a modello – ognuno il proprio -, tutto questo, dicevo, ci rende un popolo infelice, il più infelice d’Europa.
Non lo dico io, ma uno studio della Cambridge University di qualche anno fa. E se la situazione era questa nel 2007, figuriamoci quella attuale.
Non è questione di essere più o meno poveri, più o meno ricchi, come credono quelli che parlano sempre di “invidia sociale”.
Proprio in questi giorni sto finendo un libretto di Raymond Carver, dove l’autore, parlando dei suoi personaggi, parla anche di felicità. Dice: “Questo paese è pieno zeppo di cameriere, tassisti, benzinai e portieri d’albergo (operai, impiegati, aggiungo io). Ma sono forse più infelici di quelli che “ce l’hanno fatta”? No, sono solo persone normali che vogliono fare buon viso a cattivo gioco”. Insomma, un imprenditore non è mediamente più felice di un operaio, che si metta il cuore in pace, certa gente.
E proprio la ricerca perennemente frustrata della loro isola-che-non-c’è che porta molti ad essere retrogradi, fermi, impauriti e chiusi, tutti concentrati nel loro orticello, a tirar su barricate, a cercare di indirizzare il sapere e il pensiero altrui. Senza accorgersi di essere rane nell’acqua bollente. Ancor peggio, di certo, che negli anni ‘50.











