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Wannabe, parvenu, rane e felicità

In questi ultimi giorni non posso fare a meno di pensare a certe pellicole italiane degli anni ‘50/’60. Avete presente, ad esempio, Il boom di Vittorio De Sica? I protagonisti di quel film, stringi stringi, erano da un lato i wannabe, piccoli imprenditori arraffoni di scarsi mezzi e con grandi sogni, e dall’altro i parvenu, gli arricchiti del dopoguerra, palazzinari riusciti. Figurine patetiche e piccine, di un’Italia altrettanto patetica e piccina, che a fatica cercava di tenere il passo con il mito della modernità.
Al di là delle ovvie differenze, non siamo molto diversi da quelli di allora, tra parvenu lei-non-sa-chi-sono-io e piccoli wannabe ignoranti e volgarotti, se non nelle dimensioni accresciute e amplificate in proporzione del fenomeno, compreso l’ego di certi politicanti, gran capo in testa.

Italia paese immaturo, di fatto fermo a quegli anni. Dalla ripresa del primo dopoguerra, al boom economico – ingenuo e fugace -, a dispetto della globalizzazione, dell’Europa, di internet e di un mondo di fatto piccolissimo, l’Italia è rimasto un paesone di provincia tutto chiuso e avvolto su stesso. Governato da nani e sollazzato da ballerine.
L’Italia che vedo in quei film è la stessa che vivo oggi. Un buco di sessant’anni in cui poco è cambiato, con buona pace di quelli che rimpiangono i vecchi tempi. Lo smartphone è come la tv di allora: anche quella si comprava a rate facendo i debiti.
Anni ‘50 nel lavoro, anni ‘50 nella scuola. Divisioni sociali, chi può di qua, chi non può di là, destinato a una vita col cappello in mano. Pure gli immigrati sono ancora quelli, con la valigia di cartone legata con lo spago; stessa povertà da dopoguerra, stessi ladri di biciclette, diversa solo la lingua che parlano.
Nessun coraggio, nessuna apertura, nessuno sguardo all’infinito del futuro. Non si dice forse che i figli dovrebbero essere migliori e meritare una vita migliore di quella dei loro genitori?
I fatti descrivono una situazione diversa: bambini che si vorrebbero in tuta da meccanico, la metà delle donne senza una occupazione (che manco cercano, resta da capire perché), ignoranza generalizzata dove un italiano su due legge meno di un libro l’anno nel tempo libero e un quotidiano almeno una volta a settimana, e solo uno su cinque utilizza internet con gli stessi scopi.
E dire che poi alla fine degli anni ’60 e nei ‘70 c’era stato più di anelito a cercare di rendere le cose diverse. Un reale desiderio di cambiamento che davvero aveva portato le cose a cambiare. Non abbastanza, non del tutto, evidentemente.

Poi c’è quella storia delle rane. Si dice che se le rane le getti nell’acqua bollente, queste saltano via, ma se le metti nell’acqua fredda aumentando il calore poco a poco, queste rimarranno nell’acqua calda belle e beate, fino a finire bollite. Ecco, noi in Italia siamo come quelle rane che continuano a sguazzare felici fino a un secondo prima di venire lessate a puntino.
Non è una brutta condizione per molti, anzi, sembra sia quello che hanno sempre cercato. Qualcuno che li faccia nuotare nell’acqua calda, che preservi la loro illusione di sicurezza, di essere arrivati in cima, di felicità. Non importa come, non importa chi, Franza o Spagna purché se magna, insomma.

La realtà è che siamo un popolo di infelici idealisti. Tutti, nessuno escluso, siamo alla ricerca perenne della felicità. Ma la felicità, essendo espressione di un perfetto sentire, come la perfezione è irraggiungibile. Non esiste la felicità perpetua, possono esserci dei momenti molto felici nella vita di ognuno di noi, ma pensare che questi possono assurgere a condizione umana è una pia illusione. La frustrazione della ricerca, la consapevolezza che non raggiungeremo mai a toccare il sogno di felicità che abbiamo assunto a modello – ognuno il proprio -, tutto questo, dicevo, ci rende un popolo infelice, il più infelice d’Europa.
Non lo dico io, ma uno studio della Cambridge University di qualche anno fa. E se la situazione era questa nel 2007, figuriamoci quella attuale.
Non è questione di essere più o meno poveri, più o meno ricchi, come credono quelli che parlano sempre di “invidia sociale”.
Proprio in questi giorni sto finendo un libretto di Raymond Carver, dove l’autore, parlando dei suoi personaggi, parla anche di felicità. Dice: “Questo paese è pieno zeppo di cameriere, tassisti, benzinai e portieri d’albergo (operai, impiegati, aggiungo io). Ma sono forse più infelici di quelli che “ce l’hanno fatta”? No, sono solo persone normali che vogliono fare buon viso a cattivo gioco”. Insomma, un imprenditore non è mediamente più felice di un operaio, che si metta il cuore in pace, certa gente.

E proprio la ricerca perennemente frustrata della loro isola-che-non-c’è che porta molti ad essere retrogradi, fermi, impauriti e chiusi, tutti concentrati nel loro orticello, a tirar su barricate, a cercare di indirizzare il sapere e il pensiero altrui. Senza accorgersi di essere rane nell’acqua bollente. Ancor peggio, di certo, che negli anni ‘50.

Egoismo sociale

Non dubito che anche in Italia ci sia chi pensa che quelli che stanno perdendo lavoro e casa a causa della recessione,  non siano in realtà vittime ma, piuttosto, da biasimare  e che tale situazione sia solo ed esclusivamente un fatto privato che non debba avere ricadute sulla collettività. Perché non sono stati abbastanza capaci o coraggiosi, non hanno lavorato abbastanza, studiato abbastanza o sono stati così ingenui da non saper cogliere le giuste opportunità al momento giusto. In sintesi:  ricchezza e fortuna arrivano solo a chi se le merita.

Questa concezione calvinista dell’esistenza, che è un fondamento della cultura nordamericana, mi ha sempre fatto un certo schifo e ho sempre rigettato l’idea che una società civile debba basarsi  sulla divisione sociale istituzionalizzata e moralmente  giustificata.

Non mi piace la competizione esasperata, né chi la propugna come giusta e sacrosanta. Una società basata su certi modelli produce i risultati che sappiamo: di fatto, se si ritiene che chi è meno fortunato si meriti di esserlo, diventa normale pensare che sia un cittadino di serie B al quale possano venir negati alcuni dei diritti fondamentali: istruzione di qualità, libertà di pensiero e di parola, capacità di decidere (ultimamente mi è anche capitato di leggere di chi vagheggia di concedere il diritto di voto solo a chi possegga un titolo di studio).

Foto di Artoong

Foto di Paolo Piccolo per Artoong www.artoong.net

Ho sempre ritenuto che il meglio degli essere umani (così come il peggio) si esprimesse proprio in occasione di grandi difficoltà, guerre, catastrofi naturali, crisi economiche o, almeno, mi pareva fosse così. Mi confortava pensare che il modello culturale europeo si basasse su valori etici diversi rispetto a quello americano, anche se prodotto della stessa matrice. Mi aspettavo – ingenuamente – che in questi tempi di profonda crisi, la parte solidale della società italiana emergesse, così come sta succedendo negli altri paesi europei, e invece no, nulla del genere, anzi.

Mi pare che in Italia si voglia, da un lato, sottostimare le conseguenze della recessione e dall’altro fare in modo che quelli che si vorrebbe cittadini di serie B  non disturbino più di tanto, non solo con normative che che di fatto minacciano o annullano le conquiste sociali degli ultimi cento e più anni, ma anche con una lenta strategia culturale che ha trasformato l’egoismo sociale in valore. Così succede non solo che sempre di più molti rimangono indifferenti di fronte ai posti di lavoro perduti, alle file alla Caritas, alla disperazione, ma che sotto sotto questi pensino che se perdi il lavoro semplicemente è perché non ti sei dato abbastanza da fare, hai avuto la pretesa di fare un figlio, o quella di aspettarti che il lavoro non è un lusso.

Ho letto attacchi durissimi contro i cassaintegrati e i disoccupati.  Si rinfacciava loro di lamentarsi troppo, ché la vera povertà manco sanno che significa. Nemmeno io conosco la vera povertà, ma so che spingersi a dire che non si è veramente poveri finché non si è costretti a mangiare le bucce delle patate è un insulto a chi in questi giorni non sa più come fare la spesa o pagare l’affitto.  Nemmeno la solidarietà a parole è sopravvissuta in questo Paese,  è così che vanno le cose, c’è che vince e c’è chi perde. E i vincenti sappiamo chi sono.

Sempre più piccolo, sempre meno libero

Mi pare che negli ultimi mesi le cose stiano volgendo decisamente al peggio per quanto concerne le libertà individuali e di espressione.

Non è solo per via dell’aria pessima che si respira in Italia di questi tempi, ma per una specie di virata generale anche da parte di quei paesi che hanno sempre fatto della libertà della persona un caposaldo.

Internet fa davvero paura. Non so se si possa scorgere, alle spalle di certe decisioni, una specie di ordine superiore per il controllo del web, o piuttosto una sorta di deformazione mentale di chi governa, diversa e peculiare da Paese a Paese, ma sempre indicativa di quanto la rete disturbi il sonno di molti. Penso alle polemiche di questi giorni in Regno Unito dove,  seppure la carta di identità venga vista come un abominio,  il governo di Gordon Brown (laburista) ha emanato in rapida successione due leggi che stanno minando alla base tutte le certezze dei suoi connazionali in materia di privacy e libertà di espressione.

In poche parole, all’inizio di quest’anno è stato varato un nuovo piano con il quale viene data alla polizia piena libertà di indagare nei computer dei cittadini (file, email, chat, traffico, ecc.) in remoto  e senza alcun mandato della magistratura; inoltre, solo qualche giorno fa, un’altra legge ha reso illegale fare fotografie agli agenti di polizia. Ovviamente alle numerose proteste, sia per il primo che per il secondo caso, gli organi governativi hanno risposto che tali misure sono necessarie alla prevenzione di crimini vari e terrorismo. Certo è che la seconda legge pone più di un dubbio sulla sua reale legittimità: i fotoreporter potrebbero essere perquisiti e indagati anche solo in presenza di semplici sospetti e anche fotografare un agente per errore comporterebbe multe e pene fino a 10 anni di reclusione.

Foto di -sel http://flickr.com/photos/-sel-/
Foto di -sel http://flickr.com/photos/-sel-/

Dall’altra parte del mondo le cose non vanno meglio. Da mesi in Australia si protesta contro la censura preventiva di tutti quei siti internet considerati dal governo illegali o “non idonei” per i cittadini. Sono così tante queste pagine che diverse associazioni per la salvaguardia dei diritti umani si sono unite a compagnie leader del settore, mondo accademico e investitori per ” proteggere la libertà di espressione e i diritti alla privacy degli utenti”.  L’associazione Human Right Watch si è spinta al punto di affermare che “esiste un reale pericolo che una “cortina virtuale” divida internet, proprio come la Cortina di ferro faceva durante la Guerra fredda, perché molti governi temono la potenzialità della rete e vogliono controllarla”.
Proteste anche in Nuova Zelanda contro la legge appena emanata a protezione dei diritti d’autore, probabilmente la più repressiva al mondo. In breve, ogni internet provider, senza alcuna prova o motivo evidenti  può accusare chiunque di violazione dei diritti d’autore e impedire agli accusati di accedere alla rete, senza ulteriori giustificazioni. Ancora più grave, secondo questa legge viene considerato provider chiunque fornisca un qualsiasi servizio internet, come scuole, biblioteche, uffici pubblici vari, ecc. Inutile dire che i fornitori – quelli veri – non hanno alcuna intenzione di assumere il ruolo di controllori del traffico dei loro stessi clienti e decidere chi e cosa vada contro la legge.

Tutto questo è indice di un certo clima, e ho paura che quel che accade all’estero possa fornire un modello, in negativo, ai nostri governanti che sembrano più che mai  ansiosi di poter estendere un controllo forte su ogni aspetto della nostra vita. Perché il presidente del Consiglio potrà anche essere considerato “unfit” da certi organi di stampa esteri, ma sono più che sicura che è facile mettere tutti d’accordo quando si tratta di controllare quello che avviene in rete, specialmente quando si può contare sull’effetto “omeopatico” di certa politica – ci si abitua a tutto, se somministrato a piccole dosi – e se sostenuti da grandi interessi economici.

Alla fine la rete sarà, sempre di più, l’ago della bilancia;  farà la vera differenza tra Paesi ricchi e poveri, liberi e meno liberi, avanzati e arretrati.

Aggiornamento: è proprio di oggi, 1 marzo, questo articolo di Ernesto Belisario: ecco cosa sta succedendo in Europa.

Di politica (un altro sfogo)

In questi ultimi giorni mi sono scoperta più confusa del solito: non so se essere nauseata, preoccupata, arrabbiata o dichiararmi sconfitta. Le cose vanno sempre peggio e non mi riferisco all’attuale situazione economica, per la quale non si ride di certo. Tutti i timori, tutti i presagi negativi che avevo avuto qualche mese fa si stanno avverando un giorno alla volta, dandomi la sensazione di una caduta libera nel vuoto.

Non è solo la vittoria di una parte politica, è la vittoria di una certa politica e di una certa visione della cosa pubblica che rendono di fatto questo paese territorio privato di caccia e conquista di pochi, sulle spalle e alla faccia dei molti. E’ la vittoria della volgarità, dell’ignoranza, del coattismo istituzionale, della furbizia come valore primo, del pugno sbattuto sul tavolo. Di una concezione talmente ingiusta e arrogante del governare che non posso rimanere indifferente. Da qui la rabbia e la nausea.

Alessandro Gilioli nel suo ultimo articolo in Piovono Rane ha riassunto con estrema lucidità il concetto: “In fondo è lì, tra l’Hollywood e l’Eleven, che si ritrova il cascame del neoliberismo lombardo, quello che di giorno specula e di notte pippa, quello che ha sempre visto come nemici da abbattere lo Stato, le leggi, le regole, il modello 740 e i divieti di sosta”.
E ancora la fiducia della Camera sul decreto Gelmini. Per la prima volta nella storia di questa repubblica viene posta la fiducia su un decreto che riguarda l’istruzione pubblica (o quella che dovrebbe essere pubblica), senza un dibattito ampio e articolato tra le parti.
Il clima di intolleranza, il legittimare e plaudire azioni di forza che non fanno di questo Paese un posto più sicuro, ma solo più incivile.
L’abbruttimento causato dalle negazione della Cultura, nel suo significato più ampio.

Non si vive bene in un paese così. E non è questione di destra o sinistra. Questa non è neppure destra, di cui non condivido le idee nè i valori, ma che rispetto. Questo è un marasma becero e forcaiolo, che si ispira a un egoismo becero e forcaiolo, alle scenette da varietà, che fa della Politica, nazionale e internazionale,  una barzelletta da caserma e della Giustizia materia da libri di fantascienza. E dall’altro lato il nulla assoluto.

Ecco la grande delusione: non esiste una opposizione vera, una controparte solida. Come ho già avuto modo di scrivere, tanti italiani non hanno più nemmeno gli occhi per piangere e la sinistra se la passa tra salotti, attici, party vip. Da che parte devono mettersi quelli che non arrivano a fine mese?

Vergognarsi è poco

Scrivo veloce questa volta, non lo faccio mai. Lo faccio soprattutto per condividere questo post di Barbara-Black Cat. Letto qualche minuto fa con mia subitanea reazione di pancia.

Sono una mamma, ho un figlio, so cosa può aver provato Barbara in quel momento. Ma soprattutto sono una persona con una coscienza. Sono una persona che pensa che prima di tutto, prima di ogni altra cosa, a tutti è dovuto rispetto e considerazione e nessuno, mai, dovrebbe permettersi di ledere la dignità umana del prossimo.

A maggior ragione se questo è un bambino.

Allora, da parte della direzione del Carrefour di Assago vergognarsi è troppo poco. Si vergognino e in qualche modo paghino, anche con lo sputtanamento pubblico. Che imparino a trattare con gli esseri umani. Tutta la mia solidarietà a Barbara come mamma, donna, persona quindi, ma non solo: è veramente il momento d’incazzarsi questo.

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