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2 agosto

Posso affermare di aver trascorso tutte le estati della mia infanzia e della mia giovinezza in spiaggia.
Anche il 2 agosto del 1980 ero al mare, avevo 13 anni, capelli lunghissimi e una cavigliera di perline color oro.

C’era un bel sole quella mattina, niente vento, temperatura perfetta per il bagno. Uscita dall’acqua,  mi sono seduta sulla sdraio, volevo far asciugare il costume prima di tornare a casa per pranzo. Il vicino d’ombrellone aveva la radio accesa, col volume alto tanto da sovrastare il suono tipico delle mie estati: onde, voci umane, musica lontana. Dicevano, alla radio, che c’era stata un’esplosione alla stazione di Bologna.
Non so perché, ma ricordo perfettamente quel preciso momento: mi tirai su e lasciai che dai capelli le gocce d’acqua di mare cadessero sulla sabbia. Mi rivestii che il costume era ancora bagnato e tornai a casa.

Il pranzo non era ancora pronto e accesi la tv. Mia mamma era in cucina e le dissi dell’esplosione. C’erano quelle immagini della stazione ridotta in macerie, le ambulanze. All’inizio parlavano di fuga di gas, poi dissero che era stata una bomba.

Di Ustica, solo qualche settimana prima, non dimenticherò mai la prima pagina del Resto del Carlino il giorno sucessivo. C’era questa grande foto a colori, quella che poi è diventato un simbolo della strage, con il mare blu e quel corpo che galleggiava come una bambola rotta. Di tutto il resto ho ricordi confusi.
Ma Bologna fu diverso. Sognai terroristi, attacchi armati, bombardamenti per giorni e giorni dopo. Erano sogni in bianco e nero per lo più. Nella mia mente di tredicenne quello era l’episodio più simile a una guerra che avessi mai vissuto e Bologna era talmente vicina.

Il 2 agosto 1980 segnò la fine della mia infanzia e dell’innocenza tipica dei bambini. Le persone morivano a causa delle bombe proprio vicino a casa mia. Non avrei mai più guardato alla realtà allo stesso modo; tutto quello che mi aveva fatta sentire al sicuro fino a quel giorno, il senso di protezione di cui avevo goduto in ogni momento della mia esistenza non sarebbero più bastati a tener fuori il mondo vero. È anche così che si cresce.

Alla stazione di Bologna passai un anno e mezzo dopo,  in occasione della prima gita scolastica all’estero.
Il sottopassaggio era stato riaperto da non molto. Scendemmo, i miei compagni e io, per raggiungere il binario del treno per Vienna e quando ci trovammo li sotto, nella parte ricostruita, così nuova, con le pareti intonse e nude, per parecchi minuti nessuno di noi parlò più.

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