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Omosessualità in tv (per concludere il discorso)

Un articolo

Per pura coincidenza, dopo aver pubblicato il mio ultimo post, mi sono imbattuta in questo articolo del Guardian dove si parla di come l’omosessualità viene rappresentata nelle trasmissioni tv preferite dai più giovani.

Stonewall è una organizzazione fondata nel 1989 per contrastare in Gran Bretagna la sezione 28 del Local Government Act (normativa contro la “promozione” dell’omosessualità nelle scuole), ma che col tempo è diventata un punto di riferimento importante per la difesa dei diritti di uguaglianza di lesbiche, gay e bisessuali. Tra gli ultimi successi ottenuti ricordo in modo particolare l’eliminazione del bando dall’esercito di gay e lesbiche e la promozione dell’adozione nelle coppie omosessuali.
Stonewall, inoltre, si occupa di promuovere la ricerca su temi come il crimine legato all’omofobia, la salute tra le donne lesbiche e il bullismo scolastico a carattere omofobico.
I dati della ricerca hanno confermato che i personaggi gay, quando non invisibili, vengono rappresentati in modo negativo o in maniera tale da sminuirli dalla maggior parte dei programmi. A tal proposito, i ricercatori hanno visionato i venti programmi più popolari tra i più giovani per 16 settimane, dallo scorso settembre fino a gennaio 2010, e hanno rilevato che lesbiche, gay e bisessuali sono stati rappresentati per un totale di 5 ore e 43 minuti. Nel 36% di questo tempo, inoltre, la rappresentazione ha avuto connotazioni solo del tutto negative.  Nessuna meraviglia, commentano da Stonewall, se il bullismo a sfondo omofobico abbia raggiunto proporzioni endemiche nelle scuole superiori della Gran Bretagna. Anche quando i gay appaiono in tv, questi vengono raffigurati negativamente o sminuiti rispetto agli altri personaggi.
Sempre in Gran Bretagna, un sondaggio somministrato agli insegnati delle scuole secondarie ha rilevato che per il 71% di questi, il linguaggio anti gay così comune in tv ha effettivamente una ricaduta anche sull’incidenza del bullismo a sfondo omofobico.

Immagine da Wikipedia

Senza entrare nell’argomento del bullismo nelle scuole italiane che, sebbene non abbia il carattere “culturale” che ha nel Regno Unito (fino a qualche tempo fa veniva considerato un valido sussidio educativo), sembra diventare fonte di preoccupazione solo se Youtube viene coinvolto e assodato il fatto che di omosessualità e omofobia nella nostre scuole praticamente non si parla mai, mi sono chiesta se in Italia fossero state condotte ricerche simili sulla televisione.  Mi sono bastati esattamente dieci minuti sul solito Google per avere conferma che no, niente di simile è mai stato pensato in Italia, tanto che con chiave di ricerca “omosessualità e televisione” ho ottenuto risultati vari, tra i quali nell’ordine: critiche sparse al Grande Fratello di quest’anno, un articolo vecchio di cinque anni su come nella tv italiana sia in atto “una strategia mediatica per far recepire l’omosessualitàe renderla “normale”, esternazioni sparse di Bertone su pedofilia e omosessualità, Marco Carta che nega la propria, Scamarcio e le sue Mine Vaganti e Cecchi Paone che conferma la presenza di molti conduttori gay o bisex in Rai e Mediaset.
Il resto è il vuoto assoluto. Non ci sono studi su come e quanto l’omosessualità venga rappresentata nei canali italiani per i programmi più popolari, né dati che riguardano episodi di violenze a sfondo omofobico sui più giovani, o di come l’omosessualità venga vissuta tra i teenager (studi condotti negli Stati Uniti confermano che tra gli adolescenti omosessuali siano molto più alte le percentuali di tentato suicidio).
L’omosessualità rimane territorio (volontariamente) inesplorato per la maggior parte degli abitanti e delle istituzioni di questo paese dove, più che altro, la cultura prevalente è quella che si basa sul pregiudizio. Inutile sottolineare come questo si rispecchi fedelmente anche nella televisione nostrana. Non meravigliano quindi le aggressioni – di ogni genere – sempre più frequenti nei confronti degli omosessuali, così come il piazzamento dell’Italia nella zona più bassa della classifica dell’associazione Ilga-Europe per quanto concerne i diritti degli omosessuali. Mentre il Regno Unito si colloca al sesto posto della stessa classifica con un totale di otto punti su dieci e si fanno studi sui teenager e il bullismo a sfondo omofobico, in Italia si censura Pasolini perché considerato diseducativo, scabroso e imbarazzante.

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Una serie TV

Sempre dopo quel post e più o meno in contemporanea all’articolo del Guardian, una sera navigando su Youtube ho finito col cliccare per caso su un video tratto da Queer as Folk U.S.A. Completamente dimenticata per anni, all’improvviso mi è tornata in mente: ne avevo sentito parlare vagamente durante uno dei miei soggiorni scozzesi.

Si può parlare di colpo di fulmine in questo caso? Sì, lo so che la serie è piuttosto vecchia (cominciata nel 2000 e terminata nel 2005) e che viene trasmessa anche in Italia sui canali via satellite, sebbene a orari impossibili, ma per me non solo è stata un rivelazione in quanto non amo in generale seguire le serie tv, ma soprattutto perché in qualche modo veniva a completare il discorso che avevo cominciato nel post sulla mia presa di posizione in difesa dei diritti degli omosessuali. Mi sono immediatamente gettata in una full immersion di cinque stagioni e svariate decine di episodi. Le ferie estive servono anche a questo, dopotutto.

Immagine da internet

I motivi che me l’hanno fatta amare sono presto detti. È esplicita e al di fuori da ogni retorica. Vero, ci sono moltissime scene di sesso omosessuale che molti potrebbero considerare pornografia (non lo sono), ma sono sempre ben contestualizzate e servano almeno a uno scopo, oltre a quello di far aumentare in modo vertiginoso l’audience quando Queer as Folk uscì per la prima volta negli Stati Uniti e in Canada: quello di rendere l’omosessualità reale e umana. Insomma, siamo abituati a vedere in tv scene d’amore e sesso eterosessuale, nessuno si scandalizza per baci e carezze, ma la percezione cambia del tutto quando questi vengono scambiati tra due uomini o due donne. Le scene di sesso, in questo caso, servono anche da momento di rottura.
È una serie al di fuori degli stereotipi, anche se non del tutto e non sempre. Guardandola ci si accorge che l’omosessualità è parte della vita di tante persone e che non c’è proprio nulla di anormale o contro natura in questo, che un bacio è un bacio, che l’amore è amore e non diminuiscono di valore solo perché scambiati tra persone delle stesso sesso.
La nudità, il sesso esplicito, il linguaggio molto forte sono soltanto lo strato superficiale, quello che si nota in prima battuta e che di più fa discutere, ma al di là di questi è evidente lo spessore psicologico dei personaggi, si assiste alla loro crescita, sia per quanto riguarda le loro storie personali, sia in relazione a quanto succede attorno a loro. A questo punto, le loro vicende sono solo uno spunto per temi importanti come l’omosessualità tra gli adolescenti, il bullismo a sfondo omofobico, il matrimonio e le adozioni nelle coppie omosessuali, la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, la violenza, l’attivismo e così via.

Quando Queer as folk uscì negli Stati Uniti sul canale a pagamento Showtime, generò parecchio rumore. Se ne parlò molto sui giornali, nei vari talk show, tra i conservatori e, ovviamente, nelle comunità gay, che in alcune occasioni sollevò critiche su come il telefilm avesse dipinto gli omosessuali. La discussione servì, però, ad aprire una finestra su un mondo che fino ad allora era del tutto sconosciuto ai più.
Di fatto modificò la cultura americana e aprì le porte ai gay in televisione. Non c’era mai stato qualcosa di veramente gay sulla tv americana, prima, e anche nei casi in cui gli omosessuali apparivano, questi non si discostavano mai dai vecchi cliché o, nel migliore dei casi, venivano inseriti negli show solo per attirare il loro pubblico, cercando una rappresentanza più incisiva nei media.
Gli sceneggiatori svilupparono la storia nel corso dei cinque anni accogliendo anche le osservazioni e i suggerimenti del pubblico omosessuale su argomenti precisi, ad esempio quando si trattò di parlare di coppia e positività HIV.
Fu una scossa enorme, una specie di terapia d’urto che aiutò molti ad accettare la propria omosessualità e molti altri ad accettare quella altrui.
E in Italia? In Italia buio. La serie, boicottata più volte, arrivò finalmente nel 2006 e da allora è sempre andata in onda in terza serata – se non oltre – benché su canali diversi. Non se ne parlò sui giornali, non in televisione e di sicuro, non generò alcun tipo di discussione né di confronto; ho l’impressione che ancora oggi venga più considerata una versione homo di Sex and the City piuttosto che uno schiaffo violento a quel certo clima che si respira da queste parti da troppo tempo. Ingenuo aspettarsi qualcosa di diverso, in effetti.

La situazione non sembra destinata a cambiare in meglio, anzi. Una serie televisiva vecchia di dieci anni e forse superata altrove è ancora qualcosa da non mostrare apertamente in Italia. Questo per sottolineare come qui chiusura, intolleranza e ignoranza raggiungano livelli mostruosi su questo argomento, con le conseguenze che sono quelle che si leggono – sempre con meno attenzione – sui giornali e altrove anche in rete.

Le mappe della mia vita

L’altro giorno, mentre navigavo tra le pagine del Guardian, mi sono imbattuta in un libro scritto da Guy Browning, columnist di quel giornale,  che mi ha attirato subito per il titolo: Maps of my life. Il libro, per chi ha famigliarità col genere, è sullo stile di alcuni racconti di Bill Bryson, ossia una biografia umoristica costruita come un memoriale di viaggio.
Questa, però, prende spunto dall’amore che l’autore ha sempre provato per la geografia, le mappe e la cartografia in genere.

Mentre aggiungevo il libro alla mia wish list di Amazon, mi sono resa conto che anche io ho sempre avuto un’insolita passione per mappe e cartine e, se quelle di Parigi e Madrid le ho perse – non smarrite – nel corso degli anni, se quelle del mio viaggio americano sono ancora chiuse in uno degli scatoloni del trasloco che mi ha condotto qui, ne ho comunque un buon numero conservate in un cassetto.
La verità? Mi piace collezionarle e averle con me, anche se le mie sono meno decorative e meno elaborate di quelle che Browning ha inserito nel suo libro. Immagino che se dovessi sottopormi ad un’analisi psicologica per questa mia mania, ne verrebbe fuori che le cartine stradali mi danno un grande senso di sicurezza. Ricordo con profondo disagio i primi due giorni del mio unico viaggio a Parigi, quando mi limitai a ciondolare in giro a rimorchio di una guida senza capire dove stessi andando e dove mi trovassi, finché un passante al quale avevo chiesto come arrivare in Place de la Madeleine mi regalò una cartina. Da quel momento il mio soggiorno svoltò, nonostante abbia comunque mantenuto con la città un rapporto conflittuale al punto di non volerci tornare più.
Non sono cambiata con gli anni: sebbene ora abbia a disposizione anche altri strumenti che mi aiutano a ritrovare la strada (il navigatore gps e l’iPhone sono tra i migliori acquisti che abbia mai fatto), non manco mai di mettere una o due cartine in borsa quando viaggio.

Rovistando nel mio cassetto, è risultato che la mia collezione conta soprattutto di cartine della Scozia e di Roma. La cosa ha una sua logica considerato che, per motivi diversi, sono luoghi  fondamentali della mia vita.

Ho pensato allora che anch’io avrei potuto raccontarli questi luoghi per raccontare anche un po’ di me. In effetti, la vita segue le sue corsie preferenziali e a me piace tenerne traccia sulle mappe. Segno col pennarello rosso gli itinerari di viaggio, prendo piccoli appunti, conservo scontrini e biglietti per poi tornarci sopra a distanza di tempo, aprendole sul pavimento, rivivendo il gusto della scoperta o della rilassante quotidianità che tendo a ricreare quando viaggio.

È anche vero che alcuni di questi viaggi  sono stati solo un pretesto per stacchi e fughe strategiche quando ho avuto bisogno di mettere dei punti e accapo e per chiudere porte. O magari, solo per considerare la situazione da una prospettiva diversa, uno spartiacque tra un prima e un dopo, ma sempre accompagnata dalla mie cartine: per essere autosufficiente, per non perdere la strada, ma soprattutto per ritrovare quella di casa.
Allo stesso modo considero questo post: un ennesimo nuovo inizio. Quel che seguirà saranno dei percorsi di viaggio, non solo metaforicamente parlando, ma anche racconti di veri itinerari: la Scozia per cominciare, poi Roma, poi forse altri, senza una cadenza predeterminata ma comunque sempre seguendo col dito sulla cartina strade già percorse.

iPhoneography

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