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Paese Italia

L’Italia è un grande paese. O meglio: l’Italia è un paesone, una piccola città di provincia che si estende da Bolzano a Pantelleria.
Me ne accorgo spesso per gli aspetti più deleteri ma, anche, per i lati positivi della cosa. Ho visto negli ultimi giorni questo paesone mettersi in moto: il pettegolezzo è diventato tam tam, l’inerzia (a volte vera e propria indolenza) trasformarsi in attività virtuosa.

Lo shock  per il terremoto è stato comune, così come il sentimento di cordoglio e la solidarietà verso quelli che hanno perso tutto, è sempre così, purtroppo per noi è diventata prassi consolidata. In questa ultima settimana siamo diventati un po’ tutti abruzzesi, un po’ tutti ci siamo sentiti soli e impauriti;  e proprio perché l’Italia intera è un piccola provincia, tutti ci conosciamo un po’ tra noi, tutti abbiamo parenti, amici e amici di amici che vivono lì, o che sono stati indirettamente coinvolti dal sisma.

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Immagine di Alice Mastroianni


Così è successo che lo scorso lunedì mattina all’alba ho mandato un sms a un amico per sentire come se la fossero cavata i suoi genitori, per scoprire poi che l’amico in questione era fuori Italia e non sapeva nulla di quanto fosse successo durante la notte. Chiamarlo e raccontargli delle macerie che vedevo in tv e dei morti non è stato facile, così come non è stato facile vedere una collega abruzzese  in lacrime che proprio sul posto di lavoro ha saputo del terremoto.

La televisione ci ha uniti, più di cinquant’anni fa, nella partecipazione. Nei miei ricordi di bambina non potranno più essere cancellate le immagini del terremoto in Friuli prima e in Irpinia dopo. E da adulta, quello dell’Umbria e Marche  e lo strazio delle madri di San Giuliano.
Questo terremoto però, questo in Abruzzo, è stato ancora più vicino perché tanti, anche molto lontani, lo hanno vissuto in diretta.

I social network hanno cancellato i proverbiali sei gradi di separazione.
I messaggi che sono partiti in contemporanea proprio durante le scosse su Twitter o FriendFeed sono lì e ci hanno avvicinati tutti insieme. Gli amici che hanno perso la casa sono quelli con i quali parliamo ogni giorno, che conosciamo, anche se non di persona. Molti cercano conoscenti dei quali non sanno più nulla da giorni.
Io insieme ad altri sto cercando Rosaria, Fabrizio invece l’ho letto su Facebook lunedì scorso alle 8.43: “Io e miei familiari bene, stiamo in giardino e non sappiamo cosa fare” e, sempre tramite Facebook ha fatto sapere ieri che è sfollato sulla costa, assieme alla famiglia.
Tramite i social network si è diffusa la notizia, prima ancora che i media tradizionali potessero collegarsi a L’Aquila. E anche le informazioni sugli aiuti viaggiano in rete, da  schermo a schermo in tempo reale, così come quelle sulle condizioni della popolazione coinvolta.

Proprio come si usa nei paesi di provincia: tutti si fanno i fatti altrui, ficcando il naso, e anche se questo non è sempre piacevole, quando a qualcuno della comunità capita un guaio grosso, tutti lo vengono a sapere e tutti in qualche modo condividono e partecipano.

La fatica di scrivere

In questi ultimi giorni, in diversi luoghi del web che frequento, ho seguito discussioni su come (forse) i vari social media stiano minando la scrittura sui blog. Se ne è parlato qui e qui, ad esempio. Non so se questo sia vero. Forse si scrive in modo diverso, forse si scrive di meno per scrivere in maniera più attenta, come se si seguisse una sorta di selezione naturale, o, più semplicemente, forse prima si scriveva troppo. Questione di corsi e ricorsi, probabilmente.

Anche io scrivo molto meno rispetto a qualche mese fa. Scrivo con meno frequenza in questo spazio, scrivo poco anche nei gruppi di discussione, dove ho sempre partecipato a conversazioni fiume su argomenti vari, e questo non per mancanza di idee. Ci sarebbe così tanto da dire, ho in coda abbozzati diversi post, mi piacerebbe avviare riflessioni sui temi più disparati, ma pare che per me scrivere sia diventato all’improvviso più difficoltoso del solito.

Con la parola scritta ho un rapporto meraviglioso ma molto sui generis. Se per me leggere è un’attività del tutto spontanea, ho cominciato a cinque anni per non smettere più, scrivere per altri oltre che per me stessa mi richiede concentrazione massima, applicazione e una certa disciplina. Non riesco a farlo al volo(*), ho bisogno di buttare giù idee per poi riordinarle, di riflettere, di ricercare. Soprattutto ho bisogno di divertirmi, mi deve dare gioia. Non scrivo per mestiere, scrivo per piacere.

E’ normale quindi che quando non ne ho voglia, non scrivo. E non perché magari preferisco i 140 caratteri di Twitter, o prendere parte alle discussioni sulle piattaforme social. Anzi, ho notato come tanti spunti per raccontare la mia visione delle cose – e in fondo il Diario è nato proprio per questa ragione – li ricavi proprio dai thread “social”, dove non solo le persone si mescolano, ma le idee prendono forma e ne contaminano altre.

Insomma, è un periodo un po’ così, non sempre me la sento. Le energie che di solito spendo nella scrittura ho bisogno di impiegarle altrove, sto cercando di risolvere diverse cose con me stessa.
Un lato positivo in tutto questo però c’è: sono tornata a leggere molto. Ho ripreso a macinare libri su libri, ad aggiungerne sempre dei nuovi alle mie liste dei desiderati e a ricercarne dei diversi, perché per me i libri sono sempre stati delle ancore di salvezza.
Mi sto rendendo conto, tuttavia, proprio adesso mentre lo sto scrivendo, di come anche le motivazioni che mi spingono a cercare certi libri invece di altri siano cambiate da quando ho questo blog. Il piacere di scrivere, anche se con meno frequenza e in maniera del tutto discontinua, libera e svincolata da qualsiasi forma di costrizione, mi fa volere di saperne sempre di più.
Le due attività, leggere e scrivere, due tra quelle che mi danno più gioia in assoluto, si sono strettamente intrecciate tanto da essere diventate imprescindibili l’una dall’altra. Non ho ben chiaro, però, se questo sia un bene o meno.

(*) Per i miei pensieri al volo, quelli veloci che qui non avrebbero la loro giusta collocazione, ho aperto quest’altro diario.

A proposito di WVeltroni

Non ho ben compreso una cosa: per quale motivo nella pagina Twitter di WVeltroni campeggia una bella foto di Barack Obama? Posso capire che questo sia il felice ideatore della nuova politica del Yes We Can (niente di veramente nuovo comunque, J. F. K. era stato in grado di fare altrettanto alla fine degli anni ’50), posso capire il parallelismo tra i due modi di fare politica, posso capire che WVeltroni ne sia stato ispirato anche per quanto riguarda l’uso della rete e del social networking, ma perché non metterci una foto sua?

Personalmente non apprezzo molto questo continuo rimando all’altro lato dell’oceano. Meglio concentrarsi sul qui, ora e sul prossimo aprile. Perché al di là di ogni similitudine di ideologie o di idee, Obama non deve risolvere i problemi della politica italiana, la monnezza di Napoli, la moratoria sulla 194, il precariato, la sicurezza sul lavoro (solo per citare qualcosa a caso). Qui, più che bisogno di credere nella nostra abilità di portare un reale cambiamento a Roma (tanto per parafrasare il motto sulla homepage di Obama) c’è bisogno, prima di tutto, di un recupero di sobrietà, coerenza, giustizia e laicità da parte di chi è chiamato a governarci. Mettendoci la faccia, anche su Twitter.

I cinguettii della politica

La cosa che ho apprezzato da parte di Veltroni, subito dopo la decisione di far correre il Partito Democratico da solo alle prossime elezioni, è stata quella di mandare De Mita a fare l’ottuagenario che è.

Il suddetto De Mita si è sentito insultato. Ora bisognerebbe indagare per quali recondite ragioni una persona mediamente normale dovrebbe sentirsi insultata se le viene ricordata la bella età che ha raggiunto (che siano altri i veri motivi?), ritengo che il suo allontanamento sia stato un gesto significativo. Lo è anche di più se si considera che potrebbe risultare non proprio conveniente dal punto di vista strategico vista la regione di provenienza di questo escluso eccellente. E’ stata un’azione di rottura nessaria e utile a lanciare un messaggio forte, qualcosa di nuovo, un liberarsi di certe ragnatele e da certe facce. Di fare politica in un modo diverso – finalmente.

La politica in Italia necessita di questo: azioni concrete. Ha bisogno di avvicinarsi alla gente, a chi è al di fuori dei meccanismi del potere costituito e consolidato, deve liberarsi della spocchia di chi vuol morire facendo comizi e percorrere i sentieri ancora poco battuti dei nuovi mezzi di comunicazione. Non è tanto voler copiare il modello americano, ma capire che il linguaggio è cambiato. Il Partito Democratico ha compreso le potenzialità di certi territori finora inesplorati nel nostro Paese. Dice Walter Veltroni su Twitter: “Contento per l’accordo raggiunto con i radicali. Dispiace che Ciriaco esprima quei giudizi. Ma a tutto c’è un limite, serve credibilità”. Credibilità.
Sarà per questo che nella realtà parallela del web 2.0 Veltroni e’ nettamente avanti a Berlusconi? Veltroni fa community, Berlusconi fa portale. Come ci sarebbe stato Ciriaco De Mita su Twitter?

Detto questo, trovo abbastanza offensivo per la mia intelligenza di cittadino italiano votante l’atteggiamento di De Mita. Non è che sia una figura di puro candore della nostra storia politica recente. Quello che aveva da dire ha avuto modo di esprimerlo in questi ultimi 45 anni anni. Non credo gli sia andata poi tanto male. Altro che cinismo. E d’altro canto, come affermato da Veltroni ”…l’impegno politico non è legato alle candidature”. Sennò che ci staremmo a fare in quasi 11.500 iscritti nella web communiy del PD?

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