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Verso nord: Dublino è un po’ come casa

In questi giorni di afa e caldo torrido, sempre di più comprendo la mia predilezione per i Paesi del nord, dove raramente il sole brucia e la luce ferisce gli occhi.
Così, dopo i canali ghiacciati di Copenhagen a marzo, ecco Dublino tra luglio e agosto per sfuggire alla calura estiva e per confermare, nel caso ce ne fosse stato bisogno, la mia effettiva capacità di viaggiare in coppia, cosa che tendo a non dare mai per scontata.

Una volta ho sentito dire che a Dublino, a parte il Trinity College, non ci sarebbe granché da vedere. Meglio, dunque, dedicarle un viaggio breve, un fine settimana, piuttosto che un tempo più lungo, giusto quanto basta per un giretto veloce e qualche bevuta al pub.
Io credo, invece, che questa sia una di quelle città con l’anima e con un suo fascino sottile. Offre molto, ma occorre essere pazienti e grattare fin sotto la superficie per far emergere i suoi tesori nascosti. Per questo, ritenendo che i tre giorni canonici di un weekend non fossero sufficienti, l’abbiamo scelta come seconda meta della vacanze estive: una settimana abbondante (otto giorni) a disposizione per cercare di assaporare la città nel giusto modo, per dimenticarsi delle orde di turisti rumorosi, per affezionarsi alle sue strade, ai suoi ritmi, ai suoi suoni. Non posso dire di essere partita con una visione neutrale del posto e senza aver subito nel tempo contaminazioni esterne: ancor prima di vederla avevano pesato anni di suggestioni letterarie e cinematografiche insieme ad anni di frequentazione intensa con la Scozia occidentale. Dublino come Glasgow, Grafton Street come Sauchiehall Street, insomma.

Ho subito pensato che avessero molto in comune e questo mi ha fatto sentire, già durante il tragitto dall’areoporto verso il centro città, non una straniera, ma come se fossi arrivata a casa.
Entrambe vicine al mare, con un fiume che le attraversa, sono circondate da cielo aperto e colline verdi. Pure la luce è la stessa anche se, forse, il cielo d’Irlanda non riesce ad essere tanto grigio quanto quello di Scozia. Ero per la prima volta a Dublino e mi pareva di esserci stata da sempre.
Strana sensazione, tutto sommato: il piacere di ritrovare quello che conoscevo bene unito al timore di perdere parte della meraviglia di scoprire un posto del tutto sconosciuto. Così non è stato, naturalmente. Perché la scoperta va oltre al fatto di vivere una esperienza nuova come può essere il fatto di visitare una città che non si conosce, e perché le città sono effettivamente molto diverse tra loro.

In realtà, proprio avendo tempo di viverla in lentezza, ho avuto conferma di quanto avevo sempre immaginato, ossia che anche Dublino fa parte della categoria delle città che hanno un’anima, come dicevo sopra. Sono quelle provviste di un carattere tanto forte e incisivo che la parte migliore risulta spesso nascosta. Quella di Dublino è un’anima popolare e orgogliosa nel conservare la propria memoria, nel bene e nel male, insieme alla caparbietà di voler essere una capitale importante, eclettica e proiettata verso il futuro.
Una città orientata al futuro ma ancorato con orgoglio al proprio passato, quindi. È questo quello che ho sentito nella voce della guida che ci ha condotti tra le sale del Castello, l’ho notato visitando i musei e le gallerie d’arte della città, piccole e molto ben organizzate (meravigliose le attività per i bambini che si svolgono nelle gallerie d’arte), nei parchi curati, certo, ma senza esagerazione maniacale, ma, soprattutto, in quelle placchette metalliche applicate ovunque lungo le strade per ricordare questo o quel personaggio, questo o quell’evento della sua storia più o meno recente, questo o quel brano letterario.

Ecco, da questo punto di vista potrebbe essere la mia città ideale, una città fatta per chi ama i libri e la lettura. Non tanto per i monumenti e i musei dedicati alla scrittura e agli scrittori, quanto per il numero impressionante di librerie. Poteva non piacermi una città così? Se ne trovano ogni pochi metri, librerie di ogni tipo: quella superfornita della grande cantena, quelle indipendenti, quelle piccole e nascoste, quelle che conservano l’aspetto e il sapore degli anni ‘60 e 70 e sempre, in ognuna, la sezione dedicata agli autori e alla storia locali e libri offerti con super sconti e promozioni speciali. Tanti libri e prezzi ottimi, difficilissimo per me resistere alle tentazioni, specialmente quando una edizione dei Dubliners di Joyce – acquisto d’obbligo – costa solo 3 euro.

Altra cosa di cui mi sono accorta passeggiando a Dublino è che la è letteralmente impossibile rimanere senza cibo. Sul bere sorvolo, non è materia di mio interesse, ma forse, visto che dove si beve spesso si mangia pure, non dovrei sorprendermi così tanto se sono decine i locali dove a qualunque ora è possibile ordinare un pasto completo, e non si tratta solo dei soliti, onnipresenti fastfood. Si mangia bene, spesso con poco, anche in quell’epicentro di orgia turistica che è Temple Bar. Altrimenti ci sono i mercatini, con le bancarelle di frutta e verdura. Particolarmente ricco, ma non proprio economico, è quello di Cows Lane, il sabato. E forse anche per questo mi sono sentita così tanto in famiglia tra la frutta e la verdura esposte, i formaggi e le ricotte, le conserve e le torte fatte in casa, le erbe aromatiche e il profumo delle olive al peperoncino (greche non pugliesi, ma tant’è). E le ostriche da gustare on the road.

Per me questa è Dublino: non una città da Ah! e Oh!, ma con la sua anima vibrante che ti conquista poco alla volta, insieme alla sua gente. Gli sguardi dai ponti, certi angoli suggestivi, le strade che mi ricordavano libri letti, le chiese e i musei dal sapore vittoriano. Ma anche i mercatini dei prodotti artigianali, quelli d’arte, le fioraie, i musicisti da strada e i macellai col grembiulone.
Dublino è un caleidoscopio di voci, di gaelico e inglese gutturale, e di immagini.
Parlavo di suggestioni cinematrografiche, a questo punto comincio a sospettare che non sia un caso che the Commitments è sempre stato uno dei miei film preferiti.

Viaggi e prove del nove

Foto di liquene 

Archiviata la trasferta copenaghese, Alessandro e io abbiamo trascorso parte della mattinata domenicale a parlare del prossimo piccolo viaggio che faremo. Data ancora da destinarsi, ma varie mete papabili già in lista, bisogna solo decidere quale affrontare per prima. Abbiamo preso in considerazione città in Europa facilmente raggiungibili e particolarmente adatte a dei fine settimana lunghi: avuto conferma che possiamo viaggiare insieme con parecchia soddisfazione reciproca, ci siamo scatenati, se non altro col pensiero.
Il prossimo viaggio sarà una specie di ratifica a quella che ho sempre chiamato “la prova del nove di Copenhagen”.
In effetti, non c’è nulla che metta alla prova una nuova coppia – o un gruppo di amici –  come un viaggio insieme: le dinamiche quotidiane vengono del tutto ribaltate ed è letteralmente un disastro se non si hanno lo stesso concetto e la stessa filosofia del viaggiare.  Ragione questa per la quale ho sempre preferito partire da sola o con mio figlio quand’era più piccolo. Molto più facile seguire i miei ritmi, che adattarmi con compromessi a quelli altrui; molto meglio fare quello che amo veramente, anziché seguire il resto del gruppo.
Per fortuna, sia io che Alessandro siamo viaggiatori solitari; restava da vedere se potessimo essere viaggiatori solitari insieme. Il fine settimana a Copenhagen ha confermato che non solo abbiamo lo stesso modo di concepire il viaggio (la famoso prova del nove), ma che possiamo felicemente viaggiare in due senza alcuna sofferenza: condividiamo l’interesse nullo per i villaggi turistici, terme, spiagge tropicali, la predilezione per tempi rilassati, lunghe camminate metropolitane e, su tutto, una sana curiosità per quello che succede attorno a noi.

Non è fatto scontato trovare dei compagni di viaggio compatibili, mi è capitato di sentire di liti terribili anche in famiglie e in coppie collaudatissime, per esempio discussioni e musi lunghi su un tour della Germania in bicicletta contro un rilassante soggiorno al mare, compromessi scomodi tra un viaggio in Grecia in moto e un paio di settimane in montagna . Scene di vera vita vissuta. A proposito, mi ricordo di una trasmissione di qualche anno fa che andava in onda su La7 (ma potrebbe essere stato anche un altro canale) in cui due nuclei famigliari del tutto diversi per composizione e per abitudini di viaggio, vivevano l’esperienza di uno scambio di vacanza. Due settimane da trascorrere insieme, prima secondo le modalità di una famiglia e poi secondo quelle dell’altra. Reality interessante, con risultati a volte esilaranti o tragici, con tappi – metaforici – che saltavano e pregiudizi che venivano distrutti o rafforzati, a seconda dei casi. Perché non conta solo la filosofia che sta dietro al viaggio, ma anche le destinazioni che si scelgono: alcune hanno il potere di tirare fuori il meglio o il peggio dalle persone e questo non è mai bello quando si è lontani da casa e dal proprio ambiente.

Ripensando all’esperienza di Copenhagen, ho deciso che marzo, lavoro e soldi permettendo, è un mese perfetto per le partenze: non più troppo freddo per i paesi del nord (e il freddo ha un suo fascino sottile), non ancora troppo caldo per quelli del sud. Inoltre, non sono molti quelli che viaggiano in questo mese e ci si può permettere di visitare luoghi che durante il periodo estivo sono affollatissimi per ragioni che a noi non interessano: per me le spiagge affollate hanno smesso di essere attraenti attorno ai trent’anni e la vita notturna caciarona anche prima.
Ad esempio, nella nostra lista abbiamo inserito Creta e Rodi (la Grecia mi manca del tutto e mi stuzzica), ma sarebbe più problematico – e meno divertente – visitarle col caldo e i turisti di luglio e agosto o col brutto tempo di dicembre e gennaio. Certo, è anche questione di suggestioni e atmosfere ma trovo molto più difficile lasciarmi suggestionare o farmi rapire dall’atmosfera quando imbottigliata tra villeggianti sudati, fosse solo per tre giorni.
Anche per questo, penso, prediligo mete più settentrionali, senza spiagge e senza sole cocente, dove posso sentirmi comunque a mio agio pallida e senza segni di abbronzatura, nonostante le temperature basse. Altro vantaggio: sono poco appetibili per le vacanze fighette e di tendenza, quindi poco frequentate dai vacanzieri confusionari e all-included, che entrambi sopportiamo pochissimo.
Conclusione: viaggiare è un modo meraviglioso per imparare a interagire con chi è diverso da me e per mettermi alla prova, ma con alcuni proprio non posso farcela.

Verso nord: la luce di Copenhagen

La primissima cosa che ho visto della Danimarca, ancora sull’aereo, è stato il mare ghiacciato. Dall’alto si vedeva questo ghiaccio bianco che per metri e metri ricopriva il blu scuro dell’acqua, a partire da una costa sabbiosa e frastagliata. Lo so che potrà sembrare una sciocchezza, ma io il mare ghiacciato non l’avevo mai visto prima, sono abituata a un mare diverso, all’Adriatico che non gela mai, nemmeno in quell’inverno dell’85 quando le temperature scesero per giorni a parecchi gradi sotto lo zero.
La seconda cosa che mi ha colpito, poi, è stata la luce del cielo riemergendo dalla stazione metro di Kongens Nytorv a Copenhagen. Già virava all’indaco della sera, ma era limpido, cristallino, senza veli di foschia. E freddissimo. Probabilmente non è stata solo suggestione di luce, ma anche di silenzi: in quel momento la città mi è sembrata stranamente senza rumori o, meglio, senza il rumore tipico del grande agglomerato urbano, quel boato di sottofondo che è impossibile escludere del tutto.
 

 
Oggi, a qualche giorno di distanza, se avessi a disposizione solo qualche parola per raccontare quello che ho amato di più di questa città credo userei proprio “acqua, ghiaccio e luce”.
L’acqua è quella del mare e il mare me lo porto nel DNA. Mi sento sempre come a casa nelle città di mare, con le loro banchine, gli attracchi, e, sullo sfondo, gru e magazzini; hanno un profumo diverso e Copenhagen non fa differenza, anche se qui è più sottile, forse a causa del freddo.
I suoi canali bianchi di ghiaccio sono diventati il simbolo di questo viaggio. Mi piaceva affacciarmi dai ponti e vedere sotto quell’acqua solida e immobile, mi rendeva felice come una bambina guardare i frammenti galleggianti che riflettevano la luce del sole mentre passeggiavamo, Alessandro e io, lungo le banchine. Ed è piuttosto strano questo perché, pur soffrendo moltissimo il freddo, qui mi pareva di non sentirlo tanto, nonostante le temperature piuttosto basse. Sospetto addirittura che ad averla visitata in una stagione diversa, chessò, in piena estate, l’avrei trovata quasi banale, non molto differente da altre città affacciate sui mari del nord.
 
E invece è bella Copenhagen in questo periodo, con i suoi contorni netti e i suoi colori accesi. È una città che ti accoglie e non respinge, così piccola l’ho sentita subito amica.
Mi ci sono trovata bene, immediatamente, non solo perché ho una speciale predilezione per le latitudini più settentrionali, ma anche perché tutto sembra scorrere più lentamente, in modo ordinato e secondo un meccanismo collaudato e infallibile.
Mi ci sono riconosciuta nella sua freddezza atmosferica e nel contrasto del calore degli interni, che non è solo questione di riscaldamento acceso, ma soprattutto di grazia, di accoglienza, di amore per i dettagli e per le atmosfere raccolte. Per una storia passata affascinante come una fiaba ma ancora viva nel presente.
È una città fatta per camminare, come piace a me, dove forse non ci si perde, ma che riserva belle sorprese: piazzette nascoste, localini seminterrati, negozi dal sapore antico.
Anche qui ho adottato degli angoli, anonimi per chiunque altro, ma che per qualche ragione ho sentito subito miei: Havnegade, Holmens Bro e Gammel Strand con il canale che scorre lì accanto.
Acculturata, ma senza ostentazione, è ricchissima di musei e di gallerie d’arte che sono la mia passione sempre e ovunque, e mi è rimasto il rimpianto di non aver avuto abbastanza tempo per visitarli tutti, a tappeto, in special modo quelli dedicati al mare e alla marineria. Qui i musei sono luoghi vivi e aperti, mantenuti con cura e molto accoglienti, probabilmente anche perché rappresentano un bel modo di trascorrere il tempo nelle giornate invernali, che qui sono lunghe – e buie – per davvero.

 
Alla fine del viaggio mi sono chiesta come sarebbe viverci in una città così, dove la tradizione si unisce senza rotture e senza traumi alla modernità ipertecnologica e super efficiente, le biciclette e le piste ciclabili alla metropolitana senza conducente, gli smørrebrød alla cucina francese.
Mi sono chiesta cosa devono aver provato alla vista di Roma i liceali danesi con i quali abbiamo condiviso il volo di ritorno in Italia: erano stati sufficientemente preparati al caos, all’affollamento, al frastuono della capitale, a questa città dove spesso mi sento fuori posto anche io, pur amandola tanto? Confesso, il confronto non è stato indolore.
Con Copenhagen il discorso è rimasto in sospeso, torneremo senza dubbio, lo abbiamo già deciso, magari in un altro periodo dell’anno, se non altro per assaggiare gli smørrebrød e poter dire che sì, la Sirenetta l’abbiamo vista.

Dopotutto, ancora Venezia

Lo scorso fine settimana ho finalmente coronato un mio (piccolo) sogno di sempre: passare qualche giorno a Venezia.

In realtà, non è che a Venezia non fossi mai stata, anzi torno e ritorno spesso e molto volentieri, ma fino allo scorso venerdì sempre e solo con toccate e fughe, che si traducono ogni volta con l’incubo dell’orologio e il pensiero del treno da prendere per rientrare a casa in serata
Avere la libertà di godere di ogni istante nell’arco delle ventiquattro ore è stato un regalo che mi sono fatta.
Certo, ho colto l’occasione anche per altro, ma di fondo rimaneva quel desiderio mai soddisfatto di sedermi e guardare il sole tramontare senza patemi d’animo.

Per tre giorni e due notti, quindi, la mia casa è stata un alberghetto situato in un piccolo palazzo del ’700 nei pressi di San Zaccaria, con tanto di finestre a colonne e con l’affaccio direttamente sul canale sottostante. Mi sono anche divertita a immaginare chi poteva aver abitato lì nel corso degli ultimi trecento anni, se la stanza che occupavo al terzo piano fosse una di quelle destinate alla servitù, all’istitutrice, o al maestro di musica. Facile fantasticare in posto così, dove ti chiedi per forza, prima di dormire, quale fantasma verrà a visitarti di notte.

Ho imparato tanto, durante il mio breve soggiorno, e di tanto altro ho avuto conferma, primo tra tutto il fatto che molte città hanno carattere e personalità, pochissime vivono di magia e Venezia è una di queste.

Una piccola piacevolezza è stata quella di essere svegliata ogni mattina dai gondolieri sotto le mie finestre. Ho scoperto che cantano veramente ogni tanto, e che si chiamano a voce alta l’un l’altro mentre si raccontano in dialetto stretto i fatti del giorno. Ma prima ancora dei gondolieri, quando il giorno è appena ai suoi inizi, sono gli uccelli a farsi sentire: tanti, con suoni diversi, tutti insieme che sembra di stare in una voliera o in una giungla tropicale, non in una città d’acqua e mattoni.

Altra scoperta: Venezia è un buco nero, una sorta di scherzo spazio-temporale. Ci sono intere aree in cui i cellulari sono completamente inutili, i gps non rispondono, il wi-fì inesistente. L’ho verificato di persona, intorno alle dieci di sera, da sola, dispersa tra rughe e salizade deserte, finita per sbaglio in corti che, se non fosse per la diffusione della corrente elettrica nelle abitazioni, hanno subito ben pochi cambiamenti negli ultimi cinquecento anni. Ed è proprio in quei momenti che ci si accorge della magia, che qualcosa ci deve pur essere nell’aria di questa città, a parte i miasmi che vengono su dai canali, per farla sopravvivere ancora oggi così com’è sempre stata, fantasmi compresi.
Ho sempre pensato che il modo migliore per visitare Venezia sia perdercisi con un paio di scarpe comode, lontano dalle piste battute dai turisti. Farlo di notte ne aumenta il valore.

Lo dicevo alla mia amica Daniela: a Venezia puoi venirci una volta al mese nell’arco di un anno e scoprire ogni volta una città diversa. E lo stesso fenomeno si ripete nel corso di una giornata: è come rimanere seduti di fronte a uno schermo cinematografico con un film sempre diverso a seconda dell’ora. Le cinque di mattina, un quadro impressionista; le sette puro oro bizantino; mezzogiorno, verde acqua e canicola; gli arancioni e gli azzurri pomeridiani; le sfumature del tramonto sul bacino di San Marco; le luci che si rispecchiano sulla laguna appena cala la notte lungo la Riva degli Schiavoni e quelle che si riflettono nei rii e sotto i ponti di cui nessuno ricorda il nome.

Altra stramberia veneziana: i turisti. Ti aspetteresti che tutti quelli che riempiono le calli allo stato brado durante il giorno continuassero la movida del dopo cena fino a tardi, come si conviene ad ogni altra città che di turismo di massa vive. Roma per esempio, ha una sua vita notturna fatta di rumore e di folla, Venezia no. Non so dove finiscano tutti, ma già da poco prima della mezzanotte la città si svuota e rimangono in pochi, magari seduti a qualche tavolo dei rari locali ancora aperti, o a camminare di fretta per chissà dove.

Uno dei piaceri offerti dalla città, dopo aver allenato l’occhio con qualche visita, è notare le differenze tra i vari sestieri. Sono differenze notevoli, un po’ come scoprire mondi diversi. Cannaregio è totalmente diversa da Castello e Santa Croce lo è da San Marco. Lo si nota specialmente guardando verso l’alto, l’architettura è diversa, diversa la forma delle calli. Lo faccio spesso di fermarmi e guardare all’insù, si notano particolari nuovi ogni volta (insieme a tanti occhi che ti seguono da dietro i gerani e al di là degli scuri). A Cannaregio c’è anche il Ghetto, che è un altro mondo a sé, con i suoi palazzi alti e le Sinagoghe nascoste. Uno dei luoghi che preferisco in assoluto a Venezia.

Questa è stata la mia piccola vacanza, arricchita dalla felicità – e non è un’esagerazione – di aver potuto trascorrerla in compagnia di belle persone. Ho chiacchierato tanto e sorriso ancora di più perché, non l’ho detto prima, Venezia era uno dei  luoghi che dovevo esorcizzare. C’erano ricordi che andavano rinnovati, promesse da dimenticare e propositi da riconfermare. Un viaggio catartico? No, solo un’occasione colta, insieme al desiderio di lasciarmi alle spalle quello che è stato e continuare ad essere quella che sono. Anche Venezia, in fondo, fa lo stesso da secoli.

Le mappe della mia vita

L’altro giorno, mentre navigavo tra le pagine del Guardian, mi sono imbattuta in un libro scritto da Guy Browning, columnist di quel giornale,  che mi ha attirato subito per il titolo: Maps of my life. Il libro, per chi ha famigliarità col genere, è sullo stile di alcuni racconti di Bill Bryson, ossia una biografia umoristica costruita come un memoriale di viaggio.
Questa, però, prende spunto dall’amore che l’autore ha sempre provato per la geografia, le mappe e la cartografia in genere.

Mentre aggiungevo il libro alla mia wish list di Amazon, mi sono resa conto che anche io ho sempre avuto un’insolita passione per mappe e cartine e, se quelle di Parigi e Madrid le ho perse – non smarrite – nel corso degli anni, se quelle del mio viaggio americano sono ancora chiuse in uno degli scatoloni del trasloco che mi ha condotto qui, ne ho comunque un buon numero conservate in un cassetto.
La verità? Mi piace collezionarle e averle con me, anche se le mie sono meno decorative e meno elaborate di quelle che Browning ha inserito nel suo libro. Immagino che se dovessi sottopormi ad un’analisi psicologica per questa mia mania, ne verrebbe fuori che le cartine stradali mi danno un grande senso di sicurezza. Ricordo con profondo disagio i primi due giorni del mio unico viaggio a Parigi, quando mi limitai a ciondolare in giro a rimorchio di una guida senza capire dove stessi andando e dove mi trovassi, finché un passante al quale avevo chiesto come arrivare in Place de la Madeleine mi regalò una cartina. Da quel momento il mio soggiorno svoltò, nonostante abbia comunque mantenuto con la città un rapporto conflittuale al punto di non volerci tornare più.
Non sono cambiata con gli anni: sebbene ora abbia a disposizione anche altri strumenti che mi aiutano a ritrovare la strada (il navigatore gps e l’iPhone sono tra i migliori acquisti che abbia mai fatto), non manco mai di mettere una o due cartine in borsa quando viaggio.

Rovistando nel mio cassetto, è risultato che la mia collezione conta soprattutto di cartine della Scozia e di Roma. La cosa ha una sua logica considerato che, per motivi diversi, sono luoghi  fondamentali della mia vita.

Ho pensato allora che anch’io avrei potuto raccontarli questi luoghi per raccontare anche un po’ di me. In effetti, la vita segue le sue corsie preferenziali e a me piace tenerne traccia sulle mappe. Segno col pennarello rosso gli itinerari di viaggio, prendo piccoli appunti, conservo scontrini e biglietti per poi tornarci sopra a distanza di tempo, aprendole sul pavimento, rivivendo il gusto della scoperta o della rilassante quotidianità che tendo a ricreare quando viaggio.

È anche vero che alcuni di questi viaggi  sono stati solo un pretesto per stacchi e fughe strategiche quando ho avuto bisogno di mettere dei punti e accapo e per chiudere porte. O magari, solo per considerare la situazione da una prospettiva diversa, uno spartiacque tra un prima e un dopo, ma sempre accompagnata dalla mie cartine: per essere autosufficiente, per non perdere la strada, ma soprattutto per ritrovare quella di casa.
Allo stesso modo considero questo post: un ennesimo nuovo inizio. Quel che seguirà saranno dei percorsi di viaggio, non solo metaforicamente parlando, ma anche racconti di veri itinerari: la Scozia per cominciare, poi Roma, poi forse altri, senza una cadenza predeterminata ma comunque sempre seguendo col dito sulla cartina strade già percorse.

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