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Ancora le voci delle donne: una mia lettura da “I monologhi della vagina”

Ne avevo parlato nel post dedicato all’8 marzo di questa iniziativa di Collettivovoci. Le letture stanno continuando anche in questi giorni, con un respiro più ampio di quello concesso da un’unica data simbolica.

La mia è qui.
Ho scelto questo brano perché è un pugno nello stomaco. Leggerlo non è stato semplice perché parla di donne cancellate. Non a caso Eve Ensler ha messo insieme, le une accanto le altre, le donne di Islamabad e di Ciudad Juárez.

In fondo, nascere in un luogo invece che in un altro è solo questione di buona o cattiva sorte. Avrei potuto essere io, a nascere in Messico o in Pakistan, o a ritrovarmi perseguitata e minacciata da un uomo violento.
Mi hanno molto emozionato quelle parole, spero trasmettano a chi ascolta le stesse sensazioni che hanno trasmesso a me, non per ultima la voglia di  saperne di più.

Immagine da internet

Quella di “punire” le donne sfigurandole con l’acido solforico è una pratica diffusa in Pakistan e in Bangladesh, ma si registrano casi anche in Nepal e Afghanistan. Basta pochissimo: un innamorato rifiutato, un disaccordo sulla dote della sposa, un marito geloso, un padre contraddetto. O semplicemente, spesso è sufficiente essere troppo belle.
L’acido in pochi secondi brucia la pelle, distrugge tendini e muscoli, intaccando le ossa. I danni, terribili, sono permanenti e spesso conducono alla morte, anche per suicidio.
Il vetriolo cancella queste donne non solo nei lineamenti, ma anche per la famiglia di origine e per la comunità, dalle quali vengono rigettate. Non esistono più, la polizia si rifiuta di intervenire e nella maggior parte dei casi difende gli aggressori.
Smileagain è l’associazione che in Italia si prende cura di queste donne: “Non ci si limita ad agire per rimediare ai danni commessi da individui irresponsabili, ma s’intende soprattutto denunciare la violenza intrinseca in tali gesti in quanto offesa al genere femminile in primo luogo, ed al genere umano evidenziando in tal modo il problema di un microcosmo femminile che, purtroppo, oltre a vivere in una regione già interessata da molteplici contrasti e difficoltà, viene ghettizzato ulteriormente da una violenza che tende a colpire la donna nel suo essere e nell’intrinsecazione dell’individualità femminile”.

Le donne a Juárez vengono fatte sparire, letteralmente, a centinaia. Portate via e ritrovate, a volte, ridotte a brandelli nel deserto. Torturate, uccise e scaricate come rifiuti. Non esistono colpevoli, nella maggior parte dei casi. Dal 1994 sono stati ritrovati corpi a centinaia. Anche per loro è facilissimo sparire: semplicemente non si rientra dal turno in fabbrica la sera. Nessuno sa niente, nessuno vede niente. La polizia è collusa con i carnefici nel peggiore dei casi, inefficiente e disattenta nel migliore. Per le donne di Juárez è stato coniato il termine “femminicidio”; restituisce l’idea del genocidio silenzioso, questa parola.
Le donne di Juárez sono vittime due volte: della povertà che le spinge verso la frontiera in cerca di un lavoro sottopagato nelle maquilas, le fabbriche locali, e vittime dei loro torturatori: stupratori, narcotrafficanti, produttori di snuff movies.
Le madri delle ragazze scomparse o assassinate si sono riunite nell’associazione Justicia Para Nuestras Hijas e insieme chiedono verità e giustizia per le loro figlie.

Foto di jimw

Per approfondire l’argomento segnalo questi i libri:

L’ inferno di Ciudad Juárez. La strage di centinaia di donne al confine Messico-Usa di Victor Ronquillo, ed. Baldini Castoldi Dalai, € 16,50

Il deserto delle morti silenziose. I femminicidi di Juárez di Alicia Gaspar de Alba, ed.  La Nuova Frontiera, € 18,00

La città che uccide le donne. Inchiesta a Ciudad Juárez di Marc Fernandez e Jean-Christophe Rampal, ed. Fandango Libri, € 16,00.

E il film Bordertown di Gregory Nava, con Antonio Banderas e Jennifer Lopez

Molti forse si chiederanno perché mi stanno a cuore i fatti di donne tanto geograficamente distanti da noi; in effetti non è che qui, nel nostro Paese, oggi, non manchino casi di donne violentate, brutalizzate e uccise, anzi. La situazione è sotto gli occhi di chi vuole vederla, in termini di abusi e in termini di discriminazione.
Sono convinta però che sia importante considerare il tutto nel suo insieme. Il quadro è un mosaico formato da innumerevoli tessere, rimanere nei limiti di una visione particolare rischia di rendere incomprensibile l’intero rappresentato, ossia l’esistenza di una questione femminile che travalica i confini e che si manifesta in forme diverse, ma che riguarda tutte in qualche modo.

Donne divise

Negli ultimi giorni ho pensato a un libro letto qualche tempo fa. La fascetta lo pubblicizzava come una rivelazione nel romanzo erotico islamico, o qualcosa del genere. In realtà non è che fosse questo gran che.  “La prova del miele” non era un libro erotico, l’intreccio debole, insomma un altro di quei libri furbetti che scelgono di non essere nulla di preciso, ubbidendo a una precisa strategia di marketing, a cominciare dal titolo.

Nonostante tutto, però, non mi era dispiaciuto perché rappresentava, seppure in modo parziale, una testimonianza di come le donne musulmane vivono la loro sessualità.
Leggendolo ho capito ancora di più quanto sia difficile per le donne islamiche far coesistere certi aspetti della loro vita (ammesso e non concesso che per quelle occidentali sia facile), dove la difficoltà maggiore  sta proprio nel trovare un equilibrio tra gli slanci della modernità all’occidentale e la salvaguardia delle tradizioni legate alla propria cultura e religione, soprattutto per quelle cresciute in Europa. Dev’essere lacerante la continua ricerca di un compromesso tra l’accettazione delle giuste pulsioni, della passione, del desiderio, della carnalità e i freni posti da una cultura che vuole, in molti casi, le donne nascoste e sottomesse. E questo solo per quanto concerne un aspetto della vita di una donna.

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Foto di Daniel Zanini H.

Non è solo per la storia tragica di Sanaa ultimamente, né per quella di Hina due anni fa.  Probabilmente c’è ancora qualcuno che si accorge che le donne vengono massacrate da sempre, a prescindere dalla loro religione. I motivi sono solo profondamente culturali, non c’entrano nulla la nazionalità o la fede religiosa. La violenza in famiglia è la causa principale di morte tra le donne, di tutte, in tutto il mondo.

Altre cose ancora mi vengono in mente, per esempio un documentario dei primissimi anni ’60, uno di quelli in bianco e nero che raccontavano un viaggio nell’Italia sconosciuta di allora. C’era un gruppo di donne del profondo sud, vestite di nero, che parlavano solo in dialetto.  La loro era una storia di fatica e di sottomissione: prima da parte del padre, poi dei fratelli, quindi del marito e dei figli maschi. Donne che a trentacinque anni sembravano vecchissime, sfiancate dai parti e dal lavoro. L’ultima domanda del conduttore fuori campo: ma voi quando riposate? Quando moriamo, la risposta.
Altri collegamenti mentali mi portano al film “Il mafioso” di Lattuada con Alberto Sordi. Un racconto minimo e lucidissimo di mafia ma che fotografa anche altro: la differenza culturale tra nord e sud d’Italia nel 1962, soprattutto per le donne. Altri tempi, storie di altre immigrazioni.

Terribile e agghiacciante l’ipocrisia che in certe occasioni rende sordi e ciechi. Le donne da sempre nel nostro Paese vengono torturate e uccise per mano di quegli uomini che dovrebbero amarle: padri, fidanzati, mariti, compagni. Proprio qui in Italia, paese dalla solida tradizione cristiano-cattolica. Le famose radici…
In fin dei conti l’immaginario maschile nostrano non si nutre da sempre dell’idea che non solo la vita di una donna debba dipendere da quella dell’uomo, ma che questi ne possa disporre a suo piacere? Non era il delitto d’onore il suggello istituzionale a questa realtà? E l’abominio del matrimonio riparatore siamo sicuri sia del tutto scomparso?
Che cosa porta al desiderio di distruggere l’altro se non il terrore di perderne il controllo assoluto e totale? Controllo che si esercita non solo sulle persone, le donne, ma soprattutto sul mantenimento di uno status quo, sia questo sociale, culturale, famigliare.

E dalla parte opposta, quanto è difficile accettare chi è diverso, chi viene da fuori, oggi come ieri o l’altro ieri. Chi erano i “baluba” in Italia fino a quaranta, cinquant’anni fa? Quali erano le donne divise? Quali quelle vestite di nero e con il fazzoletto in testa?

Chi si scaglia con tanta veemenza contro il velo, a difesa della dignità delle donne islamiche, forse farebbe meglio ad impiegare altrettante energie per far approvare una legge seria contro la violenza sulle donne in Italia, per sbloccare fondi che vadano a finanziare progetti a supporto dell’integrazione culturale e dell’educazione alla convivenza pacifica. Capisco però che, visti i tempi,  politicamente pagherebbero relativamente poco.

Segnalo a proposito questo bel post di Femminismo a Sud



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