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Un nuovo inizio

Devo ringraziare Domitilla Ferrari (Semerssuaq) per avermi dato la possibilità di scrivere un articolo per il blog del MomCamp che si terrà a Milano il prossimo 13 giugno. Senza saperlo mi ha dato una ragione per continuare a farlo o, meglio, per avere la forza e il coraggio di mettere insieme frasi di senso compiuto e di pubblicarle sul mio Diario

Da tempo non riuscivo più. I motivi li ho spiegati qui sommariamente. Non ho mai veramente considerato di prendermi una pausa o di chiuderlo questo blog, semplicemente non avevo la forza di “usarlo”. Scrivere della mia gravidanza, pensare alla nascita come ad un avvenimento misterioso e sconvolgente sì, ma anche estremamente vivificante, mi ha di fatto risvegliata.

Non è stato solo ritornare a quel periodo, al legame fortissimo con mio figlio che si è subito creato; in qualche modo mi ha fatto ricordare che la morte è parte dell’esistenza e che in un equilibrio meraviglioso ad ogni morte corrisponde una nuova vita che vede la luce.

Non ho metabolizzato ancora, questo no. Ci vorrà del tempo presumo. O forse certi avvenimenti non si metabolizzano mai e ci si limita a conviverci in una specie di area dai confini indistinti e dal clima ovattato.  Da tempo ho solo molti dubbi e ben poche certezze, purtroppo, ma sono contenta non solo del post che ho scritto ma anche del suo effetto del tutto inatteso.

L’articolo è qui. Parla naturalmente di me e della mia esperienza, ma anche delle altre “mamme sociali”. Pure gli altri post sono da leggere: non solo offrono spunti interessanti ma, soprattutto, svelano degli aspetti nuovi dell’essere genitori al giorno d’oggi. Buona lettura.

Le conferme che le donne cercano

Un amico mi ha detto l’altro giorno che le donne che cercano conferme sono pericolose.
Niente di più vero, perché una donna alla ricerca di conferme è comunque pronta ad intraprendere quelle che agli occhi del mondo appaiono  le esperienze più irrazionali/coraggiose/ardite o maggiormente prive del più elementare buon senso, tipo partire per la Terra del Fuoco o lasciare di punto in bianco il fidanzato storico.

Io le conferme più importanti le ho cercate alla fine del mio matrimonio. Dopo quasi undici anni ho sentito il bisogno impellente di mettermi alla prova e di dimostrare, a tutti oltre che a me  stessa, chi fossi.
La primissima cosa è stata prenotare un volo per gli Stati Uniti (come volevasi dimostrare). Un mese là per conto mio, per confermare di esserne capace. Sono andata da sola e sono tornata da sola. Di seguito l’acquisto dell’auto e poi quello di una casa per me e mio figlio.

Altre le conferme che ho cercato dopo: quelle relative alle persone, ai legami d’amicizia tutti da costruire, alla serenità ritrovata, al voler lavorare un terreno che permettesse poi di coltivare me stessa in prima battuta. Ho avuto la conferma che potevo essere una persona felice e completa ancor prima di essere una donna felice e completa.

Quelle che cerco ora sono diverse. Ho quasi quarantadue anni, una vita piena, qualche vittoria e qualche sconfitta al mio attivo. Non le cerco per una questione di età soltanto, ma  perché la mia vita risponde a un regime di ciclicità. Chiudo lunghi capitoli e ne apro altri; attraverso periodi di alti e bassi come se navigassi in mare aperto. Ogni volta tocco terra e ricomincio.
Credo siano comuni a tutte le donne questi momenti: alcune richiedono conferme professionali e di carriera, altre si buttano in progetti a lungo accarezzati ma mai realizzati, molte cercano rassicurazioni su se stesse, esponendosi al mondo e agli occhi di chi le guarda. Altre ancora hanno bisogno di sentirsi ancora belle e desiderabili.

I quarant’anni (circa) sono di giro di boa. E’ così per tutte, volenti o nolenti.  E’ una  specie di porta: prima  si era di là, ora si sta di qua. Non è detto che si stia peggio, anzi, ai miei trenta non tornerei. Si tende però a voler avere delle certezze, a fare qualche bilancio, anche se minimo. E no, non sto parlando delle richieste da rompiballe del genere: ma sei sicuro di amarmi? E se cambiassi idea? Ma sei sicuro sicuro? (Confesso: ho avuto un attacco qualche ora fa).

Quello che non mi piace, in realtà, è la ricerca esasperata, non solo di conferme, ma soprattutto dell’altrui approvazione. Meglio che abbia la leggerezza di un gioco, se ci deve essere, ancor meglio sarebbe cercare di prendersi non troppo sul serio.

Mica facile a farsi. Per quanto riguarda me, attualmente sto costruendo una storia d’amore. Cerco sicurezze in questo senso. Sto un po’ lottando contro la mia indole e contro modelli culturali vecchi e superati, ma che ancora resistono.
E’ la mia sfida tutta personale per l’anno che verrà (più tardi glielo chiederò comunque ancora una volta se è sicuro di amarmi, non si sa mai).

Il mio primo compleanno

Ebbene sì, il Diario è arrivato al suo primo anno di vita. E non è stato un anno facile, lo ammetto.

E’ tutto cominciato il 5 ottobre del 2007, altra piattaforma stesso nome, per una sfida raccolta. Avrei mai potuto tirarmi indietro? Nel primo articolo riflettevo: “…Scrivere comporta delle responsabilità: di coerenza, di impegno, di rispetto per chi legge e io non sono sicura di volerle queste responsabilità. E’ una gran fatica mentale aprire un blog. Di che parlo? Di me? Dei miei pensieri? Di quali? Dei libri che leggo? Le domande sono molte e io non so che risposte dare. Poi c’è la sfera personale: deve essere sempre tutto visibile? Non posso scegliere quali pensieri condividere e quali tenere per me? Troppo netta questa differenza, o così o così, non mi piace.
Non voglio sembrare intelligente per forza. I blog si dividono in due grandi categorie: quelli stupidi e quelli no. Non potrei stare esattamente a metà? Il limbo della gente ordinaria, nè bella nè brutta, nè bassa nè alta, nè buona nè cattiva. Non credo di essere ordinaria però, è solo che la mediocrità è calda e confortante, meno faticosa di sicuro. Va bene, ci riprovo, ma non mi aspetto niente, lo prendo come viene, come sono io, sicura, ma non meglio definita.

Non so dire in tutta franchezza se abbia vinto la sfida o meno. So che allora il Diario era diverso, e ad un certo punto non mi è piaciuto più, non era quello che volevo. Ecco perché il nuovo inizio qui, a gennaio. Un impegno maggiore, di certo, ma anche maggiori soddisfazioni da questa mia piccola creatura. Scrivere continua ad essere una gran fatica per me, ma mi dà gioia, mi tiene nei ranghi, mi costringe a pensare con calma e ordine. Mi ha insegnato il metodo e la pazienza. Non una cosa da poco per una come me che pensa decisamente troppo e che tende a lasciarsi trasportare dalle leggi del caos.

E poi le persone, che sono sempre la parte più bella e importante, per me. Se il tutto fosse limitato alle parole, non sarebbe altrettanto stimolante e prezioso. Grazie a tutti.

Donne che amano (riamate) uomini più giovani

Questo è uno di quei post che mandano all’aria il mio labile ordine mentale per quanto concerne le cose da scrivere qui. Da giorni avevo in mente tutt’altro, ma poi, come capita spesso e volentieri, ho sbattuto contro l’ennesima coincidenza che coincide troppo e mi sono persa nei ragionamenti. Non ero nemmeno sicurissima di volerlo rendere pubblico perché, nonostante sia successo altre volte che abbia parlato di sentimenti e di relazioni tra uomini e donne, mi sono sempre tenuta a distanza dal troppo personale, non avendo a suo tempo aperto questo blog per raccontare i fatti miei.

Al ritorno dal mio viaggio scozzese ho iniziato a leggere un paio di libri molto gustosi di un autore che amo molto, Alexander McCall Smith. La protagonista è una filosofa quarantenne, saggia, razionale, sempre molto responsabile, un po’ fuori dal mondo, che si trova perennemente a fare i conti con mille dubbi e innamorata di un ventottenne. Sono molto affezionata a questo personaggio, mi fa molta simpatia, mi ci riconosco nel temperamento, ma soprattutto abbiamo in comune il fatto di essere innamorate di un uomo più giovane, guarda caso.

Anche io mi sono tormentata con dubbi di ogni genere durante i primissimi tempi della nostra storia.
Oltre a riflettere molto su gli undici anni che ci separano,  tendevo a cercare conforto e supporto pensando a coppie come la nostra di cui mi avevano raccontato, o rifacendomi a coppie letterarie (i vip del cinema proprio non li ho mai considerati, nonostante ci sia sempre qualcuno che tira in ballo Golino e Scamarcio). Una su tutte: Agatha Christie e il suo secondo marito Max Mallowan. Si incontrarono durante un viaggio in oriente, lui ventisei anni e lei quaranta, e non si lasciarono più. Certo, parlando del marito Agatha Christie ebbe a dire che “un archeologo è il miglior marito che una donna possa avere: più diventa vecchia, più sarà interessante per lui”, ma ritengo che tutto sommato non sia fondamentale avere un compagno che si occupa di ruderi per essere considerate attraenti da un uomo più giovane.

Facendo una normale ricerca con il solito Google, ho scoperto che è un argomento di cui si parla, specialmente nei forum di “cose femminili”. Non sono sicura che sia una cosa del tutto positiva però. Ho sempre pensato che della normalità si discute poco, non c’è bisogno di aggiungere molto a quello che che culturalmente acquisito. Una coppia dove lui abbia qualche anno in meno è ancora argomento da articoli su riviste varie, online e non, cosa che non succede mai nel caso contrario, ossia quando è lui ad essere più maturo. In tempi non sospetti, quasi un anno fa, quando non consideravo i baldi trentenni con particolare trasporto – mi era capitato di leggere un bell’articolo su DWeb. Molto ironico, per fortuna, ma non privo di fondatezza.

E’ vero, le cose intorno stanno cambiando velocemente; ed è sacrosanto quanto scritto da Maria Daniela Raineri: “Davvero le donne scelgono compagni più giovani perché, come scrivono i giornali, sono diventate belle, ricche e di successo? Perfettamente in grado di badare a loro stesse e perciò non più alla ricerca di uomini che debbano provvedere economicamente per loro? Davvero gli uffici, i bar, i centri commerciali pullulano di signore come Madonna e Susan Sarandon che, circondate da un’aura di benessere, hanno scelto come compagno di vita non già un magnate ricchissimo ma irrecuperabilmente offeso dal tempo, bensì un ragazzo giovane, bello, sano, sessualmente vivace? Le cerchi, queste donne sfavillanti. Ne trovi poche. Tra le tue conoscenze intime e di vecchia data, praticamente nessuna. Ti imbatti invece in quarantenni scombinate e simpatiche, piene di progetti strampalati, che devono ancora fare i conti per arrivare a fine mese, bevono troppo alle cene aziendali e si svegliano tardi la domenica. E inizi a pensare che forse il successo e il potere, in molti casi, c’entrano poco o niente. Che forse la questione è più semplice e banale. Tu e molte altre, quando vi siete tuffate tra le braccia del vostro amato, non avete proprio fatto caso a quei cinque, dieci, dodici anni di differenza. Vi siete scordate degli anni che passano.”

E in effetti, non ci pensavo all’età mentre mi stavo innamorando di lui. E’ successo e basta. Ci siamo trovati, come due persone adulte, come succede ogni secondo tra persone adulte in ogni parte del mondo. Per me è semplicemente perfetto. E alla fine aveva ragione mio figlio, diciottenne molto assennato: ti piace? Tu piaci a lui? E allora che t’importa dell’età.

Autoscatti (torno a parlare di fotografia)

L’altro giorno ho caricato su Flickr i miei ultimi autoscatti. Quelli più recenti risalivano a più di un anno fa e sono sparsi per la rete.

Ho un rapporto piuttosto difficile con la fotografia, ne avevo già parlato nell’altro mio post, e questi autoritratti che ogni tanto mi concedo sono in pratica le uniche fotografie che scatto. Ci sono quelle preparatorie ai miei disegni, sempre piuttosto rare, ma queste non le considero vere foto: sono più dei promemoria su forme, luci e colori.

Non mi piace essere fotografata, l’avevo già scritto in precedenza. Non è che abbia paura che mi si rubi l’anima, per carità, semplicemente non mi fido degli occhi altrui. La maggior parte delle volte negli scatti degli altri non mi riconosco, non sono io quella e rimango sempre un po’ turbata da questo. Per me è fondamentale riuscire a riconoscermi, invece. Quindi mi fotografo da sola.

Queste fotografie hanno valenza di ricerca interiore, una specie di diario visuale dove parlo di me, per una volta senza usare parole, che rimangono comunque il mezzo espressivo che preferisco.

Uso una vecchissima macchina digitale di dieci anni fa, una specie di pezzo d’antiquariato nel suo genere, ma che ha il vantaggio di avere un obiettievo che ruota del tutto, tanto da riuscire ad inquadrarmi sullo schermetto. So sempre cosa sto fotografando in quel momento. Riesco a cogliere espressioni che sono veramente mie, le forme dei pensieri, le forme del mio viso. Mi garantisce il controllo totale sulla foto che sto facendo e quindi su come vengo raffigurata.

In realtà sono sempre vagamente preoccupata di quello che si possa pensare del fatto che il mio soggetto preferito sono io stessa. Non sempre è una questione di vanità.  Mi conosco e so bene quali sono  i miei lati migliori, ma è soprattutto un fatto di veridicità della fotografia. Negli ultimi scatti mi sono ripresa di prima mattina, appena sveglia, senza trucco, così come sono. Volevo che mi si vedesse esattamente allora, in un momento di tenerezza esteriore, mentre pensavo alla persona che amo. In nessun altro modo avrei potuto apparire così, nemmeno se a fotografarmi fosse stato qualcuno che mi conosce profondamente, o proprio quella persona a cui stavo pensando. Sono lì, con le occhiaie, le rughette, le mie lentiggini disordinate, completamente a nudo. Non avrei potuto essere più vera di così.

I ritratti delle persone mi affascinano, specialmente quando sono autoprodotti. Mi chiedo sempre quali siano le ragioni che spingono a voler fotografare se stessi. Io ho sentito il bisogno di spiegare le mie nel momento stesso in cui ho pubblicato le foto su Flickr. Sono talmente intrigata da questa cosa degli autoscatti che potrei prenderci gusto a far fotografie. Non so nulla di tecnica, non conosco gli strumenti, ho solo una grandissima curiosità verso le persone e sono queste che vorrei imparare a fotografare, i loro visi. Strano abbastanza se si considera che nei miei disegni esseri umani non ne appaiono mai e preferisco di gran lunga scorci cittadini e paesaggi.

iPhoneography

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